— Rispondi.
— Ebbene: no!
— E come mai?
— Tutto è inutile.
— Spiegati, perchè non capisco.
— Oh! signora madre, la prego! Vede bene che...
Non potè compier la frase: un servitore entrava portando il lume.
Quando costui fu uscito, nè l’uno nè l’altra tornarono più sul discorso.
In quei giorni Massimo si provava di nuovo a lottare con la corrente che lo trascinava; tentava di prenderla gagliardamente di petto. Ma ogni parola che alludesse o paresse alludere al suo amore, lo feriva, lo esasperava.
La contessa cominciò ad aspettare con certa impazienza l’occasione di rinnovare a suo figlio la proposta di lasciar la città. La stagione era bella e soave, il conte non poteva tardare molto ad annunziarle la sua partenza per la Florita, allora ella si sarebbe recata col figlio a Robelletta. Poichè l’assenza della signora Ughes non aveva mitigato in nulla l’asprezza del male, e Massimo soffriva sempre di più, perchè indugiare a riavvicinarlo? L’immobilità e la mestizia avrebbero dato luogo pian piano al movimento; l’aria pura della campagna, la novità della vita, la presenza dell’amata, forse qualche nuova, misteriosa speranza, avrebbero migliorata la salute del giovane, e per il momento ella non chiedeva altro a Dio, tanto la impensieriva, tanto l’angustiava lo stato in cui lo vedeva.