Ma i giorni passavano e il conte s’era reso invisibile. La contessa, maravigliata, s’informò: seppe che stava bene a salute, ma che era occupatissimo.

Anche il cavaliere Mazel non veniva più con la frequenza d’una volta; le sue visite erano rare, brevi, la sua galanteria meno pronta e meno fervida.

Il 27 maggio, giorno della Pentecoste, mentre la contessa usciva da San Filippo dopo messa cantata, si trovò accanto, nella calca, il marchese Violant.

— Ebbene — susurrò egli, offrendole il braccio, — e Annibale?

— So che sta bene — rispose la contessa, — ma non lo vedo più. Ignoro la ragione di questo nuovo rannuvolamento. Siccome però non ci ho colpa, capirai che.....

— Ma tu non sai niente? — interruppe il fratello.

— No! — diss’ella. — Che c’è adesso? Parla, ti prego.

— Qui no, non è prudenza. Sei a piedi? Bene, ti accompagno a casa. Sentirai.

Il marchese stava in Corte, era intrinseco con un tale che aveva il dovere di esser ben ragguagliato; perciò parlava sempre come se fosse incaricato di qualche pubblica e importante ingerenza anche lui.

Passo passo, discorrendo del più e del meno, arrivarono al palazzo. Violant salì nell’appartamento di sua sorella, e quivi, lasciatosi cadere un po’ ansante sopra un canapè, oscurò la faccia, corrugò le ciglia e raccontò come qualmente due giorni prima il conte Annibale avesse ricevuto il consiglio di sciogliere senz’altro la sua società.