— Maria Santissima! — esclamò alzando la lanterna.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò l’avvocato ansante.
— È qui! La guardi qui lunga distesa.
— Misericordia! Morta?
— Euh! morta no, diavolo! Adesso presto, mi dia una mano... o piuttosto tolga su, mi faccia lume.
Messo lo schioppo ad armacollo, consegnata la lanterna all’avvocato, sollevò Liana adagio adagio, e la portò verso casa.
— Coraggio, coraggio — diceva egli, parlandole come a un bambina; — siamo qui noi adesso. Più niente paura. Siamo qui noi.
Sentendoli tornare, Menica discese anche lei, affibbiandosi ancora il busto, interrogando, piagnucolando e balbettando giaculatorie. Poi si acquetò e cominciò ad affaccendarsi premurosamente intorno alla padrona.
Quando fu nel letto e scaldata, Liana aprì languidamente gli occhi, mise un gemito e ricadde tosto senza sentimenti.
Quanto durò così? Non lo seppe mai. Le pareva ogni tanto di risentirsi, e si trovava in regioni caliginose, piene di forme stravaganti e terribili. Poi cominciò una specie di sogno lento, continuato. Era in letto, nella sua stanza illuminata dal sole. Non si sentiva afflitta da veruna malattia, avrebbe voluto alzarsi e non poteva. Ed ecco che l’uscio si apriva a metà; suo marito le parlava, la chiamava senza mostrarsi. Ella rispondeva, faceva forza per correre a lui, ma altri esseri invisibili, che le stavano intorno, la tenevano come conficcata nel fondo del letto. Altre volte scorgeva repentinamente il suo Luigi ritto accanto a lei, vicinissimo; ella apriva le braccia e le richiudeva vuote; si metteva a piangere a calde lagrime, e intanto il fantasma impallidiva, si dissolveva, si dileguava.