La contessa non diede segno d’aver inteso.
— E poi? — domandò Mazel a Violant, dopo qualche momento di silenzio.
Il marchese, che contemplava la fiamma, alzò il capo.
— Dov’eravamo rimasti? — diss’egli. — Basta, non importa. Io, che avevo passata la notte al palazzo reale con parecchi altri signori, ne uscii sulla prim’alba. Cominciava già la baraonda, lo scatenamento degli interessi. Tutto andava all’aria, bisognava profittarne. Chi ha tempo non aspetti tempo. Ognuno pigliava e metteva in salvo le robe sue, le più o meno sue... quadri di valore, carte segrete, suppellettili preziose... Gli ebrei devono aver fatti affaroni in questi giorni. Giunto a casa, mi gittai vestito sul letto. Naturalmente non mi riuscì di chiudere gli occhi. A giorno chiaro mandai fuori tre o quattro servitori a vedere che cosa succedeva. Era domenica, la città aveva l’aspetto ordinario. Più tardi uscii con Giacinto. Le cose erano cambiate. Si sapeva che nella notte era arrivato il generalissimo Joubert con nuove truppe e che il Re si preparava a partire. Vivessi cent’anni, non dimenticherò mai le facce, i discorsi. V’erano di quelli che non sarebbero rimasti più sbalorditi se avessero veduto il campanile di San Giovanni levarsi a volo. Di questo sbalordimento generale, Grouchy si valse con molta accortezza. Egli uscì tranquillamente dalla Cittadella verso le dieci, alla testa d’una colonna di granatieri e di chasseurs à cheval, si recò all’Arsenale e comandò ai soldati piemontesi di sgombrare immediatamente e di rientrare nei quartieri... Fu obbedito. Dopo, con un’altra colonna, andò ad occupare porta Susina; quindi, accompagnato da un capitano, scortato da pochi chasseurs, e seguìto da una folla di monelli e di curiosi, per Dora grossa, piazza Castello e contrada di Po, arrivò alla porta ov’erano i volontari torinesi. Egli annunziò con enfasi che, fidando nella loro lealtà, nel loro affetto per gli amici francesi, lasciava continuassero a tenere quel posto, di più li incaricava formalmente di mantener la quiete all’interno. Come resistere a un oratore di così gran persuasiva? I militi gridarono: — Viva la Libertà! — e si dichiararono felici. Del resto il Re mandava già attorno i suoi ufficiali a ordinare ai soldati di metter su la coccarda tricolore. Tutto il giorno si videro in giro pattuglie, e veicoli pieni di gente che partiva. I repubblicani vecchi e nuovi brulicavano, sguazzavano in quel disordine come i vermi nell’acqua corrotta. Priocca fece testamento, si confessò, si comunicò, poi andò placidamente a piedi, a costituirsi prigioniero in Cittadella. La gente che lo vedeva passare credeva ch’egli se ne andasse a spasso. La famiglia reale partì la sera, verso le dieci. Carlo Emanuele era tranquillo, ma aveva avuto male fino a poco prima. Giù per lo scalone, al lume vacillante dei candelabri, pareva un morto disotterrato; Maria Clotilde una santa avviata al martirio. Uno dei principi piangeva. Uscirono dalla porta che dà nel giardino. Era buio fitto, il vento spingeva di traverso un’acquerugiola ghiacciata. Non vedrò niente di più funereo, di più lugubre in mia vita: la lunga fila delle carrozze nere, le torce a vento dei dragoni di scorta, ottanta francesi e ottanta piemontesi... Mi sentivo schiantar l’anima. Eh, diavolo! Dopo mille anni di dominio, come diceva Massimo poco fa, dopo una così maravigliosa seguenza di antenati!... Il convoglio s’era appena incamminato adagio adagio adagio, che già i rimasti cacciavano fuori le famose coccarde. Tutti i legami che tenevano uniti al Re i suoi famigliari, s’erano già spezzati. Continuò il si salvi chi può cominciato al mattino. Puah! I reali hanno lasciato indietro tutto, assolutamente tutto: le gioie della Corona, le argenterie, settecento e più mila lire in doppie d’oro ch’erano nelle casse. Adesso comincieranno le dilapidazioni private e governative; figuratevi che bazza! La curée, insomma. Io ho dovuto snocciolare parecchie migliaia di lire, la mia parte d’una taglia di due milioni posta sui ricchi... Son venuto in campagna per respirare un poco; laggiù mi pareva di sentire nell’aria un puzzo insopportabile, un’esalazione pestilenziale, un fetore d’avello. Volevo condurre con me anche Giacinto, ma...
— E Annibale? — domandò la contessa, accostandosi a suo fratello.
Il marchese si battè la fronte.
— Toh! — diss’egli — guardate che testa! Annibale è stato sempre con me in tutti questi giorni, poi stamattina è partito per la Toscana. Non sapeva ancora se avrebbe accompagnato o seguito Sua Maestà in Sardegna. Si governerà secondo le circostanze.
Si trasse di tasca due lettere, ne porse una alla sorella, l’altra al nipote, soggiungendo:
— Queste son per voi.
La contessa prese la sua e uscì dalla stanza. Massimo sedette al tavolino, su cui era la lucerna, spiegò il foglio, lo spianò e cominciò a leggere.