Massimo, che si era buttato sopra una sedia, si rizzò, si asciugò le lacrime che gli scendevano sulle gote, sul petto.

— Ecco! — esclamò — avevo ragione io quando dicevo e sostenevo che bisognava mettere il duca d’Aosta alla testa del nostro partito, e provar se ci riusciva...

— Sua Maestà non voleva che si spargesse sangue — disse Mazel. — Non hai sentito? Si ricordava d’esser cristiano...

— Ma si scordava d’esser Re!

Violant sospirò. La contessa mostrò appena con un moto del volto di disapprovare le parole di suo figlio, poi riabbassò le ciglia e tacque. Ma il cavaliere s’impermalì.

— Cospetto, in che chiave la prendi! Parli senza riflettere, tu. Non nego che si potesse cadere con un po’ più di... Ma bisogna anche ammettere ch’era difficile, nelle circostanze in cui si trovava Carlo Emanuele IV, non aver presente Luigi XVI. E la Regina! Ti par ch’ella potesse non pensare al martirio dei suoi, la Regina? Cospetto, cospetto!

— Io penso ai soldati, io! — gridò Massimo. — Penso ai valorosi a cui s’impone di giurar obbedienza ai francesi, dopo quello che si è fatto sulle Alpi e sugli Apennini per la casa di Savoia, per la bandiera, per il paese!... Ah lei non nega che si potesse cadere con maggior dignità? Per Dio! Dopo tanti secoli, dopo tanta gloria...

— Basta — disse la contessa, severa.

Il giovane morse furiosamente il fazzoletto che aveva in mano, lo squarciò, lo gettò sul fuoco e ammutì.

Un servitore aperse l’uscio pian piano e annunziò la cena.