— Ma voi — domandò con voce roca, — cosa sapete voialtri?
— Noi? Noi non sappiamo niente.
— Peggio che peggio... Speravo di trovarvi già un poco informati... Basta, cari miei, vi dirò quello che ho sentito e visto. Dimenticherò certo moltissime cose, ma come si fa?... Altre poi non le posso sapere, perchè non le saprà mai altri che Dio. Ultimamente non si capiva più niente, non si vedeva più dove si andava. È ciò che ci ha perduti, perchè Joubert il suo disegno l’aveva e ben chiaro in mente; e Eymar e Grouchy e tutti gli altri avevano pure le loro brave istruzioni limpide e precise. Sentirete. Povero Re, povero Carlo Emanuele IV, come aveva ragione di dire, quando venne al trono, che si metteva in testa una corona di spine! La settimana scorsa è stata la sua settimana di passione. Dunque, tanto per cominciare, dal 30 novembre a tutto il 5 dicembre non ho visto niente: ero in letto con febbre, tosse secca, mille altri incomodi. Seppi solamente che in Cittadella si tenevano i fuochi accesi durante tutta la notte, che le sentinelle della cinta esterna erano triplicate, raddoppiati i cannoni che guardano verso la città, i ponti alzati come se il nemico circondasse la piazza. E siccome non si capiva il perchè di tutti questi provvedimenti, i cittadini si mostravano anche alquanto agitati. La mattina del 6 Giacinto uscì verso le dieci, ma tornò subito a casa molto impressionato. In città correva voce che Eymar e Cicognara si fossero ritirati in Cittadella durante la notte, accompagnati da un branco di patrioti. Infatti non si vedevano più gli stemmi sulle loro case... Mi alzai subito, m’imbacuccai bene e mi feci portare in bussola al palazzo reale.
Quello che aveva inteso dir Giacinto era vero; tutto annunziava vicino il cominciare delle ostilità, nessuno ne sapeva la ragione e, a sentir ciò che fu risposto a Castelborgo mandato a chiedere schiarimenti, si sarebbe detto che la ignoravano anche Grouchy e i suoi amici.
A Corte si teneva consiglio, quantunque il Re si sentisse peggio del solito. Erano presenti i principi, il presidente del Senato, i ministri Priocca e San Marzano, che, come saprete, ha preso il posto di Cravanzana alla guerra. Mi fermai più d’un’ora nella sala che è dopo l’anticamera di parata, seduto sur uno sgabello nel vano del finestrone, poi, sentendo suonar mezzogiorno, pensai di tornarmene a casa... Stavo per uscir dal portone, quando vidi arrivare la principessa di Carignano tutta frettolosa. Figuratevi ch’era a piedi, scarmigliata, scompigliata...
— Euh! — fece Mazel scandalizzato — l’etichetta, cospetto! E l’etichetta?
— Veniva, secondo quello che poi mi fu detto, a portare una lettera ch’essa aveva ricevuta; una lettera anonima nella quale le si prometteva molte e grandi cose quando fosse riuscita a indurre il Re a rinunziare alla corona. Uno dei tanti pasticci della cucina repubblicana... Heheh! Cosa volete? ultimamente il palazzo Carignano era divenuto il centro dell’infezione giacobina, come diceva spiritosamente Garonis. Il principe s’è portato valorosamente quand’era maggior generale sotto Strasoldo, ma poi... Quanto alla principessa è una certa testolina che non metterà giudizio mai. Basta, passiamo oltre. Più tardi si seppe che in consiglio era prevalsa la risoluzione di tener fermo: infatti si fecero venire a Torino le guardie che erano alla Veneria, i dragoni della Regina passarono da Stupinigi al Valentino, e si postarono i cacciatori al Parco. Naturalmente tutto questo fece crescere il fermento, si cominciò a creder possibile un conflitto fra la città e la fortezza, tanto più che Grouchy, pur chiamando precauzioni le misure formidabili che aveva preso, giurava di metter tutto a ferro e fuoco, di non lasciar pietra su pietra ove si fosse attentato alla libertà d’un solo dei suoi benamati patrioti. Il governatore pubblicò un manifesto: raccomandava la tranquillità e la calma, assicurava che non c’era niente a temere dai nostri fedeli alleati. S’era appena finito di attaccarlo alle cantonate, quando si divulgò la notizia che Chivasso era stato preso da trecento soldati francesi, usciti la mattina dalla Cittadella, senza che si potesse saper dove andavano. Il giorno dopo, ecco una pioggia di novelle consimili: i comandanti delle fortezze già occupate dai repubblicani, s’erano impadroniti improvvisamente anche delle città, arrestando i governatori e disarmando le guarnigioni. Così Rey ora aveva in mano Susa, Casabianca Cuneo, Montrichard Alessandria. Costui, dopo aver occupato anche Asti, s’avanzava a marcia forzata per accamparsi a Superga. Due altre colonne, passato il Ticino sotto gli ordini di Dessolles e di Victor, erano già entrate chi diceva in Novara e chi in Vercelli. Nel consiglio reale Priocca fece tre proposte che furono subito accettate: 1ª pubblicazione d’un buon proclama; 2ª una lettera al generale in capo; 3ª preghiera al ministro di Prussia d’interporre i suoi buoni uffici. Poi si tornò a parlare dei mezzi di difendersi; ma il Re si dichiarò subito contrario a ogni spargimento di sangue, si alzò, uscì e fu colto immediatamente dal suo solito mal nervoso. Quando tornò in sè volle aver nella stanza il SS. Sudario, e pregò tutto il giorno... Verso sera uscì la protesta di Priocca. Vi si diceva... Vi si dicevano tante cose giuste, vere, sacrosante, con dignità e con energia, perchè Priocca è un grandissimo uomo dabbene, di quei tali che si accoppano, ma non si vincono, e bastano talvolta essi soli a ritardare la rovina d’uno Stato...
Violant s’interruppe, chinò il capo per raccogliere i pensieri, per rimettersi in filo.
— Tralascio molte cose — ripigliò subito — per non allungarla troppo, ve le dirò poi man mano che me ne ricorderò. Così siamo arrivati a sabato 8, la giornata fatale, in cui Grouchy doveva sgrillettare tutte in una volta le armi che aveva in mano. Quali fossero non si saprà forse mai esattamente nemmeno da quelli che scriveranno la storia. Vorrei ingannarmi, ma credo che il generale fosse riuscito a farsi amici e devoti, con l’arte e con larghe promesse, personaggi aventi uffici importanti, e a incaricarli di convincere il Re che non v’era più resistenza possibile. Il teologo Tempia fu tra i tentati, e so che rispose sdegnosamente. In tutta questa faccenda si vede poi chiaro il proposito di far comparir volontario il partito preso dal Re, mentre era più che forzato. E infatti se si pensa che non c’era stata dichiarazione di guerra... Basta, tiriamo via.
Sabato mattina venne in scena l’avvocato Bertoliati. Io non l’avevo mai sentito nominare, e voi? Anche non vi saprei dire perchè sia stato scelto costui, repubblicano sfegatato, creatura di Cicognara, a far da mediatore tra la Corte e Grouchy. San Germano lo fece chiamare e lo pregò di recarsi in Cittadella per saper una buona volta cosa diavolo si chiedesse; ma l’avvocato volle avere il mandato direttamente dal Re. Lo ebbe, andò, tornò di lì a poco molto spaurito dell’accoglienza troppo soldatesca che aveva ricevuta. Gli si accordò mezz’oretta per riprender animo, poi gli si rinnovò l’invito di presentarsi a Grouchy a fine di ottener proposte esplicite e scritte. Grouchy lo guardò in cagnesco, disse brutalmente che non aveva facoltà di dar consigli di sorta: Sua Maestà si trovava negli imbrogli? Si levasse da sè. E mostrò la porta, esortando l’inviato a non venirgli più tra i piedi. Queste brevi risposte furono soggetto di lunghe discussioni, ma oramai diveniva evidente che non c’era più da scegliere che tra due partiti: la resistenza a oltranza o l’abdicazione. Il duca d’Aosta, da quel franco signore ch’egli è, si mostrava così risoluto a non lasciarsi sopraffare, che il Re, accennando la Regina, gli disse queste testuali parole: — Volete proprio mandar al patibolo me e questa santa donna? — Poichè il generale non voleva saperne di scrivere, si sperò volesse almeno piegarsi a leggere, e il buon avvocato ripartì munito d’un foglio. Stavolta il francese saltò in bestia, annunziò prossimo l’arrivo delle colonne ch’erano in marcia, mostrò un proclama arrogante, insultante e minaccioso di Joubert, dichiarò che le moment de la vengeance était venu, che alla famiglia reale non rimaneva più alcun mezzo di fuga, che la città era circondata da tutte le parti, che infine bisognava finirla. In un quarto ed ultimo viaggio Bertoliati non ebbe più che l’incarico di domandar l’invio d’un ufficiale per trattare. L’aiutante generale Clausel cominciò ad andare e venire dalla Cittadella al palazzo e dal palazzo alla Cittadella alle sette di sera, e terminò alle due dopo mezzanotte. Domandò, o per dir meglio impose, prima di tutto che le truppe, state introdotte in città, sgombrassero subito e che la guarnigione fosse ridotta al minimum come in tempo di pace completa. Il Re firmò l’ordine e lo mandò ai vari corpi. Poi si esaminarono e si discussero tutti gli articoli... E sono questi, cari miei: Sua Maestà rinunzia a ogni potere. Ordina ai sudditi di obbedire al Governo provvisorio, e all’esercito piemontese di considerarsi come parte integrale dell’esercito francese. Ordina al cavalier Damiano di Priocca di consegnarsi come ostaggio e sconfessa la protesta da lui pubblicata. Ordina al governatore della città di Torino di ricevere e far eseguire i comandi e le disposizioni del generale francese concernenti il mantenimento della tranquillità pubblica... Il culto cattolico rimane tal e quale. Rispettate le persone, rispettata la proprietà. I piemontesi che volessero espatriare, come quelli che volessero rimpatriare, possono farlo liberamente e agevolmente. Nessuno sarà più ricercato per scritti, detti o fatti politici anteriori all’atto. Piena facoltà al Re di passare con la famiglia in Sardegna. Piena facoltà al principe di Carignano di starsene tranquillamente a Torino... San Germano e Clausel sottoscrissero, il Re ratificò. Un articolo chiedeva la consegna del duca d’Aosta, fu il solo rigettato; ed egli acconsentì poi a scrivere a piè del trattato: — Je garantis que je ne porterai aucun empêchement au présent acte. — L’aiutante generale si fece regalare l’Idropica di Gérard Dow, uno dei capilavori della scuola fiamminga, che aveva già fatto gola a Bonaparte...