— E mi dite questo ridendo! — esclamò la contessa turbata.
— Ma se è una voce! — rispose Mazel — niente più che una voce. Se ve lo dicessi in altro modo mostrerei di credere una cosa impossibile, una cosa che non sarà mai.
— Domattina andrò a Racconigi — disse Massimo risoluto. — E se occorre anche a Torino... — S’interruppe, porse l’orecchio e soggiunse: — Una carrozza!
Infatti in quel subito i cani abbaiarono, s’udì cigolare il cancellone, strider la ghiaia sotto ruote pesanti.
La contessa e il cavaliere si alzarono in piedi, guardandosi muti ed ansiosi. Massimo balzò nella stanza d’ingresso, corse all’uscio, si trovò faccia a faccia con lo zio Violant; il quale, gettato il ferraiuolo a un servitore, consegnato il cappello a un altro, abbracciò il nipote; passò avanti, abbracciò la sorella, abbracciò il cavaliere, e andò a porsi con la schiena al fuoco senza proferir parola.
La contessa lo seguì, gli si piantò di fronte tremante e palpitante.
— Presto! — diss’ella — parlami del Re.
Il povero marchese, che aveva le carni paonazze e batteva i denti, alzò gli occhi al cielo, agitò le mani come per raccomandar calma e pazienza, poi si mise a tossire, a tossire, a tossire.
La contessa tutt’a un tratto fu come presa dalla paura d’udir la risposta; andò a rifugiarsi in un angolo scuro, si lasciò cadere sopra una poltrona, nascose il viso tra le mani.
Per un poco si udì soltanto il rumore che faceva Massimo movendosi smaniosamente per la stanza; poi Violant si rivolse a Mazel, che gli era rimasto vicino.