Predicava a un convertito. Massimo, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto disubbidire. A poco a poco, invece di badare alla qualità degli aderenti, non si era più cercato che la quantità, e appunto in quei giorni erano nati attriti, malumori, scissure e si venivano formando due diverse correnti. I giovani, i bollenti volevano fare al più presto un tentativo un po’ ardito, non fosse altro che per esperimentar le loro forze: proponevano si ragguagliasse di quanto si era fatto il duca di Aosta, nemico irreconciliabile del nome francese, e gli si offrisse senza più l’alta direzione dell’impresa. V’erano quelli che trovavano invece tutto fuor di tempo e inclinavano a lasciar maturare le cose.

La domenica 2 dicembre la contessa ricevette una lettera del marchese Violant che diceva così:

«Torino, 30 novembre 1798.

«Sorella carissima,

«Sono stato alla finestra senza cappello, ho presa una solenne infreddatura con tosse, fiocaggine ed anche un poco di febbre. Garonis vuole ch’io mi metta a letto subito. Ho tante cose da dirti e non posso che mandarti alcune notizie asciutte asciutte. Devi sapere: 1º che il Re di Napoli ha cominciato le ostilità; 2º che al comando della ex nostra Cittadella non c’è più Ménard ma Grouchy; 3º che ieri, 29, l’ambasciatore Eymar, accompagnato da un aiutante generale, si presentò a Priocca e chiese al Governo, in nome della Repubblica, otto mila uomini a piedi, mille a cavallo, una cinquantina di cannoni, l’approvvigionamento di tutte le fortezze per quattro mesi e la consegna dell’Arsenale. Il contingente militare, il vettovagliamento delle fortezze, non c’è che dire, sono cose pattuite, ma la consegna dell’Arsenale è contraria al trattato... Come vedi torniamo alle solite. Scusa se non scrivo di più. Subito che starò bene sarò lungo quanto potrò.

«Addio. Saluta Mazel e abbraccia il contino.

«Traiano».

La settimana intera passò senza che si sapesse più altro. La posta del mercoledì non portò che una gazzetta; quella del sabato mancò affatto. Il lunedì, 10 dicembre, Massimo doveva trovarsi a convegno con Di Rivas e due o tre altri amici sulla sponda della Varaita, presso la chiatta di Ruffia. Egli vi andò, ma aspettò inutilmente tutto il giorno.

Però una nuova che passava di paese in paese, di bocca in bocca arrivò anche a Robelletta. Un contadino, di ritorno da Racconigi, riferì d’aver udito dire che il Re non era più a Torino e che i francesi avevano messo al suo posto il principe di Carignano. Fiordelis, che, finito il suo servizio, andava nella stalla a far il cascamorto con una certa contadinotta, raccolse la voce e la ripetè al padrone la mattina di poi.

Mazel, non uso a dar importanza alle chiacchiere del volgo, lì per lì stimò inutile di parlarne alla contessa. Ma più tardi, poco avanti buio, trovandosi con lei e con Massimo nel salotto, davanti al caminetto ove ardeva un buon fuoco, raccontò in tono molto leggiero quanto aveva inteso dal suo cameriere.