Adoperandosi continuamente, alacremente, in quei pochi mesi essi erano riusciti a procurarsi la cooperazione di parecchie altre persone fervidamente fedeli alla monarchia, e queste pure attendevano a far partigiani. Si veniva così formando una lega d’una certa estensione, ma senza affiliazioni, senza giuramenti, senza segni o parole per riconoscimento, senza nulla di ciò che qualifica le società segrete. Bastava una semplice adesione e la promessa verbale di rispondere prontamente ad ogni chiamata.

Oltre a questo si erano contratte pratiche e avviate corrispondenze coi più caldi realisti di altre parti del Piemonte. A Saluzzo, a Pinerolo, a Ivrea questi dovevano contrastar fieramente coi rivoluzionari preponderanti, ma in molti altri luoghi il popolo si conservava tuttora devoto al Re, ai preti ed ai nobili e avverso a tutte le novità.

Da Alessandria, per esempio, l’abate Arbaudi mandava notizie entusiastiche. I contadini non aspettavano che il momento d’insorgere. Gli bastava l’animo di capitanarli egli stesso, sicuro com’era di essere validamente secondato in tutto ciò che concerneva la condotta e le operazioni della guerra, da amici ch’egli metteva alla pari con Delbée, con Bonchamp, con Charette, con La Rochejaquelein e con tutti gli altri famosi capi vandeesi.

I principali cospiratori si radunavano di tempo in tempo a Robelletta e vi tenevano consiglio. Don Macari, a cui era affidata la propaganda tra i preti e i frati delle terre vicine, veniva spesso a conferire con la contessa. Talvolta poi vi arrivavano uomini stanchi, infangati, diversi dai contadini della pianura d’abiti come d’aspetto. Erano tosto introdotti alla presenza dei signori, consegnavano le lettere di cui erano latori, e divorata in cucina, sotto la cappa del camino, una buona scodella di minestra, andavano a riposar sul fienile.

Il conte Annibale rendeva spesso consapevole sua moglie di quanto succedeva a Torino. Là i patrioti amnistiati levavano il capo più che mai, andavano attorno baldi e sicuri, spargendo ovunque le loro dottrine, e tanto liberamente e tanto efficacemente, da guadagnar anche l’animo di personaggi potenti e di gran conto. Il concorso dei francesi, la loro influenza aumentavano di giorno in giorno. Essi continuavano a non rispettar gli accordi, a seminar zizzania, obbligando il Governo a vigilar senza posa acciocchè i cittadini offesi ed esasperati non pigliassero qualche estremo partito.

L’ambasciatore della Repubblica francese, il ministro della Cisalpina, i generali stanziati in Piemonte, i loro ufficiali, tutti si mostravano d’un’inesauribile fecondità nell’inventare sempre nuove accuse e nuove liti da muovere al Re ed ai ministri. E poichè nelle città, nei borghi, nelle campagne di tanto in tanto accadevano risse e baruffe tra i francesi, che davano noia alle donne e la facevano da prepotenti, e i popolani e i contadini indignati, coloro moltiplicando ed esagerando questi fatti a dismisura, prorompevano nei più alti vituperi e tiravano in campo l’insulsa, la rancida novella del tramato sterminio di tutti i repubblicani.

Era divenuto ormai impossibile raccapezzarsi tra le recriminazioni puerili, le esigenze imperiose, le meditate bugie, le perversità palesi o nascoste, quando il Direttorio inopinatamente sostituì Ménard a Collin, richiamò Ginguené e nominò l’ex-conte Eymar al suo posto, poi mandò Joubert a comandare l’esercito d’Italia in luogo di Brune.

A questi mutamenti seguì un periodo d’insperata quiete.

Il Re ricevette le più ampie assicurazioni d’amicizia. Si vide nel disbrigo degli affari un certo studio per scansare gli urti, i malintesi, i contrasti; parve si comprendesse che c’era pericolo a ferire più profondamente i sentimenti dei nobili e dei militari.

Sulla fine d’ottobre il conte Annibale consigliò alla contessa la pronta sospensione d’ogni movimento ostile ai francesi per non fornire, con qualche avventatezza, un pretesto a nuove questioni. In novembre egli tornò più volte sull’argomento, raccomandando sempre la prudenza, la moderazione, l’astensione da ogni eccesso non solo negli atti, ma nelle parole; sugli ultimi di quel mese scrisse anche a suo figlio. Russia e Inghilterra s’erano di nuovo collegate contro Francia, aderivano le Corti di Vienna e di Napoli. Le cose potevano mutar da un momento all’altro, ma appunto per questo bisognava armarsi di pazienza e aspettare. Vincevano i francesi? Nulla essendosi fatto per inasprirli, tutto rimaneva invariato. Vincevano gli alleati? Essi dovevano pur sapere che il Re, non essendo più padrone in casa sua, non poteva prender l’armi in lor favore.