E con quest’idea fissa in mente, con l’impaziente speranza di veder scoppiare improvvisamente qualche sommossa favorevole alla sua parte, si mise in moto, e ora a piedi, ora a cavallo, sempre solo e senza una paura al mondo, cominciò ad assistere ai festeggiamenti repubblicani che avevano luogo nei villaggi e nelle città circonvicine.
Da per tutto i realisti sopportavano non rassegnati, ma come istupiditi, il nuovo ordine di cose. Alcuni lasciavano il Piemonte, per fuggir cielo e luoghi divenuti odiosi; altri vivevano prudentemente nascosti; altri invece andavano attorno incerti e avviliti, mescolati nella turba che faceva galloria.
Massimo si trovò presente all’erezione di parecchi alberi della Libertà. Ora era un pioppo, ora una quercia; mentre si piantava, mentre si adornava, era un batter di mani e di piedi, un frastuono di mille grida di gioia e di trionfo; e una volta su, quando sulla cima rosseggiava il berretto a cono ritorto, quando dai fianchi pendevano le bandiere, le iscrizioni, gli emblemi, quando al piede sorgeva la ringhiera, cominciavano le poesie declamate con enfasi pazza, i discorsi vociati con la schiuma alla bocca, le canzoni grottesche e scurrili in italiano, in francese, in dialetto. E quando tutto questo cominciava ad annoiare, si attaccava la Carmagnola, la ridda bacchica e sfrenata, nella quale si gittavano contadini, borghesi, preti, frati, monelli, sgualdrine.
Spesso Massimo non poteva reggere udendo le villanie, le turpitudini, i vituperi scagliati contro Carlo Emanuele e la sua famiglia, contro quelli del ceto a cui egli apparteneva; vedendo far a brani i ritratti ad olio dei reali, sparare a bersaglio nei loro busti, appiccare, decapitare, fracassare le loro statue, si allontanava fremendo, rodendosi, maledicendo nemici ed amici; poi, attirato da un senso di curiosità irresistibile, dalla seduzione del tumulto, tornava. E, cosa strana, a poco a poco egli quasi si abituò a questi spettacoli.
Le scene non mutavano, gli attori erano sempre gli stessi, e ripetevano frasi e gesti con lacrimevole e nauseante insistenza. Quella folla briaca ed urlante non pareva mossa da alcuna idea chiara e determinata, da una commozione politica sincera e profonda. Era un delirio transitorio, una forma di pazzia rimasta latente, che i mutamenti avvenuti avevano maturata e fatta scoppiare. La follia dell’imitazione trasformava temporariamente quel branco di pecore e di maiali, in un branco di animali selvaggi. La tempesta, che per lui non aveva mai avuto nulla di grande nè di terribile, perdette anche ciò che poteva avere di serio; in certe ore egli inclinava quasi a credere si trattasse di una finzione, d’un enorme strattagemma per ingannare, addormentar gl’invasori e dar loro addosso alla prima opportunità.
Violant riceveva frequenti lettere di suo figlio. Il povero marchesino non sapeva più in che mondo vivesse. Il nuovo Governo aveva aboliti subito tutti i titoli, tutte le distinzioni, proibiti gli stemmi e le livree. I soprusi continuavano e si aggravavano; erano cominciati i depredamenti. I francesi si portavano come in paese di conquista. Sott’ufficiali e soldati entravano nelle osterie, negli alberghi, nei caffè e altrove: volevano mangiare, bere, dormire, divertirsi senza costo di spesa; contrariati, menavan le mani e fracassavano le masserizie. Grouchy aveva preso per sè i migliori cavalli delle scuderie reali; i suoi si servivano a piacimento nelle scuderie dei privati. Due ufficiali di stato maggiore avevano occupato tutto il palazzo Lascaris. Un capitano dei chasseurs à cheval aveva voluto per sè il miglior appartamento di casa Osasco. Il capo di battaglione Dieu comandava a bacchetta nel palazzo Violant.
Si faceva man bassa su tutto quel che poteva esser ridotto a moneta: la statua d’argento della Madonna della Consolata, quelle della Madonna della Concezione, del Beato Amedeo, i più preziosi arredi della cappella del S. Sudario, compresa la stupenda cassetta in cui questo era chiuso, si trovavano già alla Zecca. E mentre si procedeva allo spogliamento dei palazzi e delle ville reali con grande alacrità e senza interruzione, veniva tolto dai musei, dalle biblioteche, dagli archivi tutto ciò che poteva arricchire e adornare Parigi.
Si diceva che Joubert, il quale serbava le mani nette, fosse fieramente indignato, e cercasse il modo di tener in freno tanta rapacità, di metter fine a tanti vituperi.
Il 23 dicembre, a sera inoltrata, mentre la contessa, suo figlio, e gli ospiti stavano per ritirarsi nelle loro stanze, arrivò un messo portatore d’un letterone di Giacinto.
— Ahi! ahi! ahi! — esclamò il marchese, facendosi presso al lume, — che diavolo sarà successo?