Il Governo provvisorio «considerando che il vuoto delle casse proveniva unicamente dal regime della tirannide che coi sudori del popolo arricchiva i sedicenti privilegiati» poneva su questi una nuova tassa straordinaria da pagarsi in tre rate: la prima in moneta d’oro e d’argento nelle ventiquattr’ore, la seconda fra otto giorni, la terza fra quindici.

Violant doveva sborsare settantacinque mila lire. Suo figlio lo pregava di andar subito a Torino per provvedere.

— Io andare a Torino! — gridò il marchese infuriato, dopo aver letto e stracciato lo scritto, — io andar a vedere come ci hanno cucinati? Neppur per sogno. Non mi muovo di qui, io. È il momento di scappar lontano, di farsi dimenticare, non di mettersi in mostra. Dev’essere una Babilonia, laggiù, un arruffio dell’altro mondo. Son gente da farti qualunque tiro. Quel testardo di mio figlio non la vuol capire, eppure scommetto che se fosse stato qui, nemmeno si sarebbero ricordati di noi. Ma adesso la faccio finita: gli indico il modo di procurarsi il denaro; paghi, lasci star le amorose e venga via subito. Oh, per Bacco!

I giorni passavano. Da che era partito, il conte Annibale non aveva ancora scritto e non si sapeva più nulla del fatto suo. La contessa stava in pensiero, ne parlava spesso, sempre conchiudendo:

— Iddio non voglia che sia capitato male!

Alla fine, la mattina di domenica 30 dicembre, mentre i signori di Robelletta stavano aspettando nelle stanze a terreno che si sonasse a messa, il maestro di casa entrò portando una lettera sur una guantierina d’argento. La contessa la prese palpitando. Era di suo marito. Apertala, vide con maraviglia grandissima che veniva da Torino.

Il conte, la Dio grazia, era vivo e sano. Aveva ricevuto a Parma una missiva del generale Grouchy, contenente l’ordine espresso di recarsi a Grenoble. Conservava il possesso e il godimento dei suoi beni, ma aveva l’obbligo di dimorare nel luogo indicato e mandare al Governo provvisorio l’attestazione di quella Municipalità.

Egli era tornato a Torino, aveva protestato energicamente contro questa manifesta rottura dei patti concordati nell’atto d’abdicazione del Re, non riuscendo però ad altro che ad ottenere di ritardare il viaggio fino a primavera.

I condannati alla deportazione come lui erano circa trenta; tra questi il cavaliere di Priocca, il quale, secondo l’assicurazione di Joubert, doveva esser prosciolto subito dopo la partenza del Re. Molto probabilmente il nuovo Governo avrebbe continuato a liberarsi nello stesso modo di tutti i patrizi ch’erano rimasti devoti alla monarchia.

Il conte avvertiva tranquillamente la moglie ch’egli aveva fatto un nuovo scapito di sessanta mila lire, che di tanto era stato tassato pochi giorni prima; ma poteva dirsi fortunato, poichè se certe famiglie dovevano contribuire men della sua, certe altre erano costrette a pagare smoderatamente di più. Consigliava poi tanto lei quanto il figlio a rimanere in campagna, se non altro per non vedere a che fosse ridotta la città che aveva sostenuto così virtuosamente l’assedio del 1706.