Mentre ronzavano come mosconi, aspettando che almeno una parte dei cittadini si movesse in loro favore, questi si apparecchiavano alla difesa; e il comandante francese Mail ordinava si sparasse a mitraglia. Dopo una prima scarica, il marchese Colli di Felizzano, il quale viveva privatamente in città, consigliò di mandar fuori una semplice compagnia della prima mezza brigata piemontese, un battaglione della quale stava nella fortezza, persuaso che quei soldati, non invisi agl’insorti, sarebbero riusciti a disperderli senza grave spargimento di sangue. E così avvenne: i piemontesi uscirono, agguantarono Porta, che s’era fatto avanti chiedendo di parlamentare; poi, sfoderate le sciabole, presero a piattonare senza misericordia. Gli urli, le strida andarono alle stelle; la ciurmaglia tentennò, si sgominò, si ruppe in torme fuggenti pei campi e pei prati.
Intanto Grouchy, sollecitamente informato, aveva mandato ordine all’aiutante generale Seras, comandante della Divisione di Mezzogiorno, di portarsi con un buon nerbo di gente in Alba e spingersi, ove occorresse, nella valle della Bormida, verso Bubbio e Monastero; all’aiutante generale Molard, comandante della Divisione del Nord, di guernire fortemente Crescentino, Casale e altri luoghi, per impedire che l’insurrezione si estendesse in quelle parti; aveva spedita da Torino una schiera in Asti, affinchè sotto gli ordini del comandante Flavigny marciasse su Alessandria; poi s’era mosso egli stesso con un reggimento di cavalleria e due battaglioni di fanteria. Non trovò più che branchi di fuggiaschi vaganti per la campagna; entrò in Acqui da una parte, mentre la colonna di Flavigny entrava dall’altra, reduce da Strevi incendiato, ma non saccheggiato. Venivano insieme, gloriosi e trionfanti, i patrioti di Alessandria e di parecchi altri luoghi, e un corpo di cavalleria mandato da Tortona; avevano trucidato, cammin facendo, circa quattrocento infelici.
Grouchy ordinò immediatamente l’arresto di quarantasei cittadini: quattordici per aver accettato uffizi dai rivoltosi, undici perchè non godevano la pubblica fiducia, ventuno perchè gravemente indiziati di complicità nei tumulti. Furono tutti condotti in Alessandria: i primi venticinque come ostaggi, gli altri per esser giudicati dal Tribunale di alta polizia. Furono tolte le armi ai comuni che non avevano cercato di far ostacolo all’insurrezione; imposte taglie onerose e spezzate le campane a quelli che vi avevano preso parte.
Il generale francese si mostrò in certo qual modo mite; più miti di lui i cittadini Colla e Avogadro incaricati dal Governo di riassettare le cose. Flavigny invece lasciò risaccheggiare Acqui, e si servì, nel pacificar la provincia, dei mezzi ahi! tanto esperimentati in Vandea.
Il 6 di marzo il conte Annibale avvisò i suoi che pregassero per la salvezza dei conti Lupi, Scati, Piuma, Radicati, del barone e del capitano Accusani tutti detenuti in Alessandria, e raccomandassero a Dio l’anima dell’abate Giuseppe Domizio Arbaudi, passato per le armi come il medico Porta e venticinque o trenta altri ribelli.
Leggendo il biglietto di suo marito, la contessa Polissena si sentì agghiacciare il sangue. Massimo, informato dell’agitazione che regnava in quel di Fossano, era partito appunto il giorno avanti, risoluto di tener dietro e partecipare a qualunque novità fosse per farsi. Il cavaliere Mazel e il marchese Violant avevano cercato di dissuaderlo, affermandosi ormai convinti che tutte quelle imprese spicciolate, arrischiate, malcondotte, non servivano ad altro che a dar lavoro al boia. Ma ella, sebbene sentisse che la ragione stava dalla parte loro, non aveva fatto nulla per trattenere suo figlio, ed ora si pentiva fortemente d’averlo lasciato andare.
Mentre Mazel, Violant e Giacinto commentavano le poche righe del conte, ed ora commiseravano l’abate, ora ne facevano l’elogio, ora lo tacciavano d’imprudente per essere entrato in quel gran ginepraio, la contessa si aggirava per la casa e per il giardino cercando schermo contro la sua viva ansietà. Quando i tre gentiluomini si avvidero dello stato in cui ella si trovava, s’ingegnarono di farle coraggio.
— Sta tranquilla — le diceva il marchese, — non accadrà nulla. Adesso che i monferrini le hanno toccate, chi vuoi che abbia tanto fegato da ritentare la prova? Sta tranquilla, ti dico.
— Per amor di Dio! — susurrava il cavaliere — non vi tormentate così. Sentite, sono qui: non avete che da parlare. Volete ch’io vada a cercar Massimo? Lo troverò fosse anche in capo al mondo... Solamente bisognerebbe saper bene la direzione ch’egli ha preso. Cos’ha detto? Che voleva spingersi fin verso Fossano, mi pare? Uhm! E se invece d’andar diritto, avesse piegato a destra o a sinistra? Sappiamo bene com’è fatto quel bravo figliuolo!
Diceva poi in segreto al marchese: