— E a Murello — soggiunse poi sottovoce — non ci vai proprio più?
XXVII.
La stagione si riabboniva ogni dì più; la primavera si annunziava nel turchino limpido e lucente del cielo; nella atmosfera pura e sottile, che lasciava discernere le lontanissime cose; nell’acqua increspata da dolcissimi aliti; nelle piante che si rivestivano di foglie e di fiori; nei prati, ove tra l’erbe avvizzite, spuntavano innumerevoli i teneri fili; nella campagna tutta, che germogliava e verzicava festeggiante, premurosa di rinascere, promettitrice d’un’annata mirabilmente prospera e feconda.
Liana anch’essa si sentiva commossa dalla divina effervescenza che si veniva producendo all’intorno. Usciva di casa molte volte al giorno, certa di ritrovar sempre maraviglia nuova e nuovo piacere: poichè il giardino e i dintorni variavano in cento grate maniere aspetto e colore al variare del cielo e delle ore. Godeva camminare sotto il sole, temperatamente caldo, fra le carezze dell’aria salubre e olezzante; un profondo e largo respirare che a quando a quando le si apriva dal cuore, pareva le portasse via a nuvoli i foschi pensieri, che per tanto tempo avevano pesato su di lei. Rideva di rado, ma sorrideva sovente, anche da sola, mentre la sua fantasia andava mollemente vagando di sogno in sogno. Pensava ancora assai spesso a Luigi; si affissava talvolta nel ritratto di lui, e si accorgeva con stupore, con rammarico che non solamente non si sentiva più schiantar dentro dalla passione come in addietro, ma non riusciva più a rendere col pensiero a quelle morte fattezze la vita.
La blanda commozione del giorno diveniva vera agitazione la sera. Appena salita in camera cominciava a provare un’ansia, un misto incomprensibile di desiderio, di dubbio, d’impazienza. Spalancava la finestra sentendosi soffocare, e tendeva l’orecchio e aguzzava la vista e scrutava affannosamente le tenebre, quasi attendesse un fatto ignoto e misterioso che doveva colmarla d’una gioia ineffabile. Sovente si trovava come travolta da un turbine di rimembranze che aveva creduto cancellate per sempre; e talor anche le si presentava repentinamente al pensiero lo sguardo pieno d’amore di Massimo, e certe sue parole passate volando confusamente fra l’altre, e che tornavano spiccate, e suonavano espressive, eloquenti, penetranti così ch’ella si sentiva accendere il viso e balzare il cuore.
Il giovane aveva ricominciato a venire metodicamente ogni giorno, subito dopo pranzo. Tenevano compagnia a Oliveri in quell’ora Liana, don Prato e qualche rara volta anche Arignani.
L’avvocato, il quale, a ragione od a torto, stimava che una buona chiacchierata aiutasse la digestione, non si chetava mai. Tutto gli serviva per conseguire lo scopo: lettere, notizie, fantasie, ricordi.
— Venga qui, venga qui! — esclamava vedendo entrar Massimo, e mostrandogli un foglio gualcito: — senta questa roba che mi è stata mandata da Torino. Sono versi, con cui un mio egregio collega, l’avvocato Nocenzo Amedeo, accompagna una spada, due fibbie e tre altri minuti pezzi d’argento che offre in dono alla Nazion Piemontese:
Io mi disarmo il fianco,
Mi disadorno il piede