Massimo prese due sedie, le accostò davanti al cassettone su cui ardeva la lucerna.
— Lei si ricorda — diss’egli, come si furono messi a sedere, — che son partito di qui deciso d’andar direttamente a Fossano?
— Mi ricordo.
— Bene; ma poi per istrada pensai: chi sa come si sarà dato attorno Di Capolea in questi ultimi giorni per procurarsi nuove, mandarne, abboccarsi coi principali del nostro partito! Andiamo a prender lingua. E svoltai verso la tenuta. Fui ricevuto con moltissime feste tanto dal cavalierino, come da sua sorella. Egli mi disse che non potevo capitar più a tempo: stava giust’appunto per mandare un uomo ad avvertirmi d’una gran radunanza che si doveva fare in casa sua il giorno appresso, per vedere se non fosse il caso di tentare un gran colpo, mentre buona parte delle truppe della Divisione di Mezzogiorno si trovava ancora in Alba. Soggiunse esser quasi certo che Di Rivas sarebbe venuto quella sera stessa, per ordinare e stabilire il disegno di guerra. Fu la speranza di veder Di Rivas che m’indusse a fermarmi. Ma egli non comparve; arrivarono invece, poco prima di cena, San Giorgio e Francastel, e la mattina di poi, prima di mezzogiorno: D’Altapenna, Della Rivarola, Nizzati, Canalis e Gausier il giovane. Si desinò, poi si cominciò a discorrere. Di Capolea propose la questione in questi termini: — Dobbiamo sì o no dar l’andare al movimento? E quando? — Sul primo punto, tutti d’accordo; sul secondo, tanti cervelli tanti pareri. Chi indicava un giorno, chi un altro; chi voleva agir subito, chi aspettare un mese, due, tre; insomma non c’era verso d’intendersi. Io ero stufo e me la sarei battuta molto volentieri; il cavalierino andava dall’uno all’altro tutto scalmanato, cercando di conciliarli... Il sole era andato sotto da un pezzo, quando si vide entrare nella sala Clemente Di Rivas. Era ansante, sudato, infangato fino alla collottola, e grave e addolorato nell’aspetto. Disse, nel suo solito modo tronco ed adirato, che non era per annunziare gran che di buono. Gli accentramenti che si venivano formando nei dintorni della Maddalena, e più qua e più là sulla riva sinistra della Stura, erano stati sciolti prima che avessero tempo a collegarsi. Seras aveva fatto marciare contro di loro, divisi in varie colonne, il battaglione Christ ed un distaccamento de’ carabinieri piemontesi scelti, guidati da un giovane aggiunto allo Stato Maggiore della Divisione, il capitano Monthouxe. Risultato dell’azione: paesani morti circa quaranta, quaranta prigionieri; bruciate due case presso Santa Maria, dalle quali erano stati sparati colpi di fucile che avevano ferito gravemente due carabinieri ed ammazzato un cavallo. Aggiunse che adesso si stavano pigliando le solite misure militari contro dodici comuni, e che più nessuno osava fiatare. Ci consigliò poi, anzi quasi ci ordinò, di tornar subito tutti alle nostre case e di star sull’avviso. Io uscii con gli altri, ma sbagliai strada e andai, non so come, a riuscire sulla riva di Macra...
La contessa, che si era alzata, andò lentamente a prendere una carta sur un tavolino e la mise sottocchio a suo figlio.
— Come! — esclamò questi, dopo aver data una rapida occhiata al breve scritto, — anche l’abate Arbaudi... Oh poveri noi!
Tacque un momento, poi riprese con voce spossata:
— Quanto sangue sprecato! Quante cose pazze ed atroci! In che tristi tempi ci tocca vivere, mamma! Non pare anche a lei di sentirsi come condannata ad espiare errori, colpe, delitti che non ha commesso? Io vorrei tornar indietro, tornar bambino, non saper più niente, non capir più niente. Non ho la forza di svincolarmi da queste strette di scoraggiamento penoso. Mi sento stanco stanco, non ne posso più!
— Va a dormire — disse la contessa sorridendo a fior di labbra, — va a dormire, povero figliuolo, che tu ne devi aver bisogno.
Era in piedi davanti a lui: gli posò una mano sul capo, prese ad accarezzargli amorosamente i capelli, guardando il color di perla gentile che veniva nascendo col giorno sull’invetriata.