E come il buon prete stava a bocca aperta a guardarlo, egli ripigliava immediatamente:

— Ah non parlo dei primi, intendiamoci, di quei petulanti spensierati che vennero col conte d’Artois e che vollero far di Torino il quartier generale dell’emigrazione e d’altre cose ancora, tanto che si trovò il motto: «Augusta Taurinorum, refugium peccatorum». No, no, voglio parlare degli altri, di quelli che furono sbalzati di qua dall’Alpi dalle successive scosse del formidabile terremoto. Sono questi che bisognava vedere per farsi un’idea di quanto possa il capriccio di madama Fortuna; chi non le ha viste, non può immaginar cosa fossero quelle miserande comitive, composte di persone nate così in alto e precipitate così in basso. Che miscuglio! Che guazzabuglio! Poveri hobereaux ignoranti che non avevano forse mai varcato i confini del loro dominio, cortigiani leziosi qui embaumaient Versailles, capitani illustri, invecchiati nelle armi, magistrati austeri, avvezzi a ministrar la giustizia nei primi tribunali del grande reame, degni e santi prelati, e nobilissimi principi, duchi, marchesi, conti, visconti, baroni, vidami; tutta gente che avrebbe piuttosto creduto all’estinzione del sole, che alla caduta dell’antico regime. E le donne? Le douairières, le chanoinesses, le dame titolate di ogni sorta e d’ogni età, quali incinte, quali con la loro creatura al petto o in collo; e fanciulle, giovinetti, bambini coi loro fardelletti in mano o sulle spalle, venuti a piedi o in ruvidi veicoli, stracchi, smunti, affamati, vaganti per le strade in cerca d’asilo... Ti ricordi, eh Liana, di quel cavaliere di Saint-Louis, che una sera abbiamo trovato sfinito sugli scalini di San Filippo, e che fu nostro ospite per qualche giorno? Si chiamava monsieur de Riberac, un bellissimo tipo di gentiluomo francese, ex-ufficiale nel reggimento Enghien (premier au feu, dernier au pain, come diceva egli stesso). Poveretto, era imbecillito dalla forte sciagura, e mi rammento che a tavola ciarlava continuamente, passando da una cosa a un’altra, come se voltasse i fogli d’un memoriale pieno zeppo di cose slegate, futili, morte. Cominciava, verbigrazia, a parlarci dei malumori tra non so che cancelliere e madame Dubarry, roba di vent’anni prima; poi del marquis de Fénille, qui s’était rendu si célèbre dans l’art de découper à table; poi del joli petit vicomte de... vattel’a pesca, qui ne montait jamais à cheval sans avoir mis du rouge. Oh! mi par ancora di sentirlo: — Nous avons déjeûné a Ville d’Avray... J’ai dîné chez la belle comtesse de... Roncerolles. J’ai soupé chez mademoiselle Clairon... Oppure: la parade n’a été ni plus longue, ni plus brillante qu’à l’ordinaire: une ligne d’habits bleus, une ligne d’habits rouges, le salut des espontons, et marche à la caserne!... Quand’era, o si credeva solo, moveva prestissimamente le labbra, facendo gesti or con una mano, or con l’altra, e pareva ragionasse tra sè. Poi un giorno scomparve e non ho mai più avute notizie di lui. Ho sempre pensato che il cervello gli avesse dato volta del tutto e che fosse finito nel Po, perchè quello non era uomo da andarsene insalutato ospite; fosse stato un sergentaccio austriaco, non voglio dire, ma un cavalier francese! La politesse, per Bacco!... Eh eh eh! Gli austriaci! i nostri buoni alleati! Se chiudo gli occhi vedo anche quelli: vedo le facce grinzose e le sordide divise dei veterani di guarnigione, mandati come complemento del corpo ausiliario. Bravi soldati, cred’io, ma al tempo dei tempi. A Torino non facevano altro che dar noia alle pizzicagnole, andando alla piazza; o stavano a grattarsi la pancia, a leccar sego ed untumi, ad intrecciarsi reciprocamente il codino sui muricciuoli o sulle panchine dei viali. Che porcaccioni!

Suonavano le tre; Oliveri prendeva la penna, don Prato se ne andava pei fatti suoi, e Liana passava nella stanza attigua insieme con Massimo. Sedevano davanti alla finestra, da una parte e dall’altra d’un piccolo tavolino rotondo; ella cominciava a lavorare, ed egli impadronendosi scherzosamente dell’astuccio col necessario ai lavori donneschi, stava attento a porgerle quanto le bisognava; intanto si veniva baloccando coll’agoraio, col ditale, con le cisoine: provando nel palpare quegli oggetti, maneggiati e rimaneggiati da lei, un godimento fine, squisito, che gli rinfrescava il sangue e gli allargava il cuore.

Parlavano per lo più sommessamente per non disturbare Oliveri, sia che scrivesse o meditasse o sonnecchiasse. E questa abitudine e lo intendersi scambievole senza bisogno di dirsi scolpitamente le cose o condurre a capo ogni frase, pareva dovesse accrescere e stringere vie più l’antica famigliarità. Infatti Massimo sempre si partiva convinto d’aver fatto un altro piccolo passo verso la meta cui tendevano tutte le sue speranze; ma il dì seguente, appena si ritrovava solo con Liana, tornava a sentire l’invisibile, misterioso ostacolo che li teneva divisi. Si accingeva sùbito con timidità scorata a riacquistar pianamente quanto credeva di avere perduto; e vi riusciva. Vi riusciva perchè anch’essa accortamente lo aiutava a cercare un tema di discorso, su cui, come su un campo neutrale, le loro menti potessero scorrere libere e sciolte, senza la compagnia di gravi o pungenti pensieri.

Altri momenti fuor di modo molesti per Massimo erano quelli nei quali la signora, lasciando il lavoro, si abbandonava sulla spalliera della sedia e si concentrava in sè stessa. Egli soffriva di queste assenze mentali come avrebbe sofferto se, trovandosi insieme a passeggio, ella si fosse spiccata da lui all’improvviso, senza dir motto. Allora si metteva a contemplarla, la involgeva tutta del suo sguardo desioso, combattuto dalla bramosia di buttarsi perdutamente ai suoi piedi e lasciar irromper l’onda tanto contenuta della sua immensa passione, e dal profondo rispetto ch’ella gli aveva sempre ispirato. S’immergevano così nel silenzio. Ad un tratto Liana, scossa come dal tocco di una mano invisibile, si rivolgeva: provavano allora per un istante l’arcano rapimento che dà il guardarsi dentro le pupille. Ella ripigliava il suo lavoro, e Massimo, quasi spossato da quello sforzo di adorazione muto ed ardente, prendeva commiato.

Spesso però non si partiva che a notte. Quando l’ombra cominciava a invader la stanza, essi acquistavano a poco a poco la nozione dell’ampia quiete diffusa all’intorno; il lento morir della luce, la dolcezza dell’atmosfera, le voci e i rumori lontani, l’aroma dell’erbe e dei fiori recato dal venticello vespertino che entrava per la finestra spalancata, innalzavano, dilettavano l’anima, pervenivano a scuotere le scintille occulte della più delicata sensibilità.

— Povero amico! — diceva Liana tra sè, quando il giovane se n’era andato. — Come mi ama! Chi sa? s’io volessi, potrei essere forse ancora felice...

Perchè non voleva? — Piuttosto che cercar la risposta a una tale domanda, ella resisteva alla tentazione del fantasticar molle, al languor placido che s’impossessava di lei, balzava in piedi risoluta, scendeva ed accudiva alla casa.

Ma ormai era inutile negarlo: ella non riusciva più a riconnettere i pensieri, i casi della vita passata col suo stato presente. Si sentiva mutata nel carattere, nelle idee, in tutto l’esser suo; si sentiva rinnovata, ringiovanita, diventata un’altra. Aveva struggimenti di tenerezza indefinibili, sentimenti nuovi, misti di giocondità e di temenza, un puerile bisogno di rivolgersi a cose inanimate e gentili per interrogarle, consultarle, trarne induzioni e pronostici.

Era dunque vero? La stessa forza ignota, le stesse sensazioni che un giorno l’avevano spinta verso Ughes, ora la spingevano verso Massimo. E così la fatica di combattere contro il bisogno di amare diveniva sempre più ardua, si cangiava a grado a grado in tormento.