Il cavaliere Telemaco Mazel della Comba, informato di quanto avevano stabilito i due coniugi, deliberava subito di fare una visita ad un certo suo castellotto, posto tra Cavallerleone e Cavallermaggiore, e veniva ad offrire la sua compagnia alla dama, della quale era da anni sviscerato ammiratore ed amico.

La partenza e l’arrivo seguivano nel giorno prefisso, sempre nello stesso modo e colle stesse formalità.

Una bella mattina, a Robelletta, si vedevano giungere i barocci dei bagagli; più tardi, verso mezzogiorno, un gran veicolo pieno di servitù; infine nel pomeriggio, preceduta dal cavaliere Mazel, che si compiaceva di far da battistrada, la carrozza ampia e comoda dell’illustrissima signora contessa.

Il cavaliere, entrato in cortile, metteva piede a terra e, all’arrivo del legno, con un garbo tutto suo, offriva la destra alla nobil signora. Questa scendeva e volgendosi subito a sinistra, rispondeva con un cenno grazioso ai saluti ed alle riverenze dei contadini maschi e femmine affollati al portone. Sbucavano dietro di lei pianamente, don Nicolao Bonhomine, il prete di casa, e la signorina Teresa Virando, damigella di compagnia, rinfichisecchita dagli anni e dall’uniformità del servizio.

Intanto Mazel, baciata la bianca mano ingemmata che aveva tenuto fra le sue, dava un passo indietro e piegato il capo e la persona, mostrava poi, rialzandosi, un volto composto a certa commozione, qual di chi lascia, Dio sa per che tempo! una persona sommamente diletta. Inforcata quindi la sella, si allontanava curvo, dinoccolato, seguito dal fido cameriere Chambery, pur esso a cavallo.

L’assenza del buon gentiluomo non durava mai più di ventiquattro ore; il giorno dopo, sul far della sera, egli era di nuovo a Robelletta; occupava un elegante appartamentino al secondo piano, e non si moveva più che per riaccompagnare a Torino la signora del suo cuore.

Ma nel maggio del 1797 egli non ricevette l’annunzio della partenza con la consueta soddisfazione: il tempo non era fermo; le strade non erano sicure; poi lo seccava aver per compagno nel viaggio, e probabilmente anche nel soggiorno, Massimo Claris, giovane e bollente ufficiale, al quale il conte Claris padre, per certe sue ragioni e previa licenza dei superiori, credeva opportuno di far mutar aria. Il contino non gli rendeva l’ossequio ch’egli sentiva di meritare; la sua presenza, senza che sapesse spiegarsi il perchè, gli era sempre riuscita noiosa durante il quotidiano adempimento dei suoi doveri di perfetto servente. E poi insomma il cavaliere andava in sulla persona che pareva una maestà a mirarlo, ma sentiva di non esser più giovane e cominciava a non veder più di buon occhio tutti quelli che lo erano ancora.

Il tragitto da Robelletta al castello avito sembrò a Mazel più lungo e sopratutto più uggioso d’ogni altra volta. Sulla pianura si stendevano nuvoli bassi e densi, i quali comprimevano l’aria e la rendevano immota ed affannosa. L’aspetto della campagna, inondata dalle pioggie eccessive ed invasa dai bruchi, faceva presagire una nuova carestia, forse più aspra di quella del 95.

Alla vecchia stamberga lo aspettava un mare di noie e di guai. Il custode non avendo ricevuto l’annunzio del suo arrivo, non aveva nè ammannita la cena, nè data aria alle stanze: Mazel dovette contentarsi d’una frittatina di due uova e d’un po’ di formaggio, e dormire in una camera parata di un damasco stupendo, ma dove il tanfo di muffa e di racchiuso levava il respiro. La mattina seguente si destò un po’ rasserenato, ma si rannuvolò tosto vedendo che un fulmine aveva diroccata la metà del torrione, e che a voler tener su le mura, sgretolate dagli anni e dalle intemperie, erano necessarie pronte, importanti e costose riparazioni.

Anche nel podere annesso il disordine ed il trasandamento erano grandi; gli fu impossibile dar le sue istruzioni e sbrigarsi di tante faccende in un giorno, gliene abbisognarono tre. Si rimise in cammino nel pomeriggio del quarto, ma colto per istrada da due gagliarde scosse d’acqua che lo obbligarono a cercar rifugio prima sotto il portico d’una cappelletta, poi in un tugurio isolato, non potè essere a Robelletta che molto tardi, quando la contessa s’era già ritirata.