La disdetta raddoppiò in lui la bramosia di rivederla, cosicchè si alzò di buon’ora, come non s’era più alzato da anni, forse forse dalla mattina del suo famoso duello col vassallo di Pantaneto; uscì di camera profumato, incipriato, rinfronzolito, e discese adagio adagio le scale, perchè si sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quei fastidiosissimi giorni.
Un servitore finiva appunto di dar ordine alle stanze terrene: — Cospetto! era proprio presto! — Si fece alla soglia per considerare il tempo: — Finalmente, lodato Dio! il cielo era tutto sereno. — Si voltò, e, quando meno se lo aspettava si trovò fronte a fronte con Massimo.
— Oh! — esclamò questo — già alzato?
— Già — rispose Mazel — e tu dove vai?
— Fin lì sulla strada. Un momento fa, stando alla finestra, ho visto passare una veste chiara, una veste color di rosa... A quest’ora, capisce, e da queste parti, val ben la pena di vedere chi è?
— Qualche contadina vestita da festa...
— Che contadina! Una signora, son certo che è una signora. Vado e torno.
— Sì; e ricordati che è domenica... Sventato!
Il giovane non rispose, non l’udì forse nemmeno; era già in cortile. Il cavaliere attraversò la stanza d’ingresso, entrò nel salotto buono, e si adagiò sopra una poltrona.
Auf! quel Massimo, quanti dispiaceri non aveva già dato ai suoi genitori, e, per rimbalzo, anche al più intrinseco fra gli amici di casa. Prima avevano avuto a dolersi di lui perchè si accostava troppo al fare di certi scioperati che si gloriano d’essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, presuntuosi, arroganti, malcreati, quasi che il grado di tenente o di capitano fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. Poi...