Qui il cavaliere sentì che esagerava; Massimo non era nè presuntuoso, nè arrogante; era una testa calda che operava sempre senza giudizio. La sua esaltazione di mente lo aveva tratto a sbagliar nel passato e poteva imbarcarlo in brutte faccende per l’avvenire.
Nel ’92, l’abbandono della Savoia e di Nizza al primo rompersi della guerra, senza un serio tentativo di difesa, aveva sollevato il malcontento di tutti. Il Re, colpiti più o meno severamente quelli che dovevano rispondere a lui delle proprie azioni, aveva creduto opportuno, per riguardi di disciplina, di punire, col privarli del grado, due giovani ufficiali, i quali avevano osato biasimare apertamente i loro capi: Borgarelli d’Isone e Massimo Claris. Tutti e due avevano poi fatta la seconda campagna come semplici soldati volontari, portandosi in modo da riaver subito quanto avevano perduto e meritare un avanzamento per giunta. Ma in casa Claris la memoria del castigo durava più viva che quella del compenso. Il conte Annibale, uomo d’inflessibile severità di principii, dava a divedere molto spesso che non aveva ancor compiutamente perdonato a suo figlio. La contessa viveva inquieta, temendo sempre qualche nuovo errore; tanto più che Massimo non mostrava affatto di volersi ravvedere; anzi veniva manifestando idee sempre più eteroclite e sempre meno pacate.
— Già — conchiuse tra sè il cavaliere, seccato da cotesti ricordi — questo benedetto ragazzo sarà sempre il nostro tormento. — Così pensando si alzò e girellò per le sale cercando come passare la noia. Sfogliò il Palmaverde e il Calendario per la Real Corte; tolse una statuina da un tavolincino, ov’era in pericolo, e la portò sul caminetto; odorò voluttuosamente, chiudendo gli occhi, un mazzolino al fresco in un bel vaso di Vinovo; e nell’atto, senza che egli sapesse il perchè, gli si ripresentò alla mente l’immagine di Massimo col suo leggiero soprabito color tanè chiaro, la sottoveste bianca, i calzoni di pelle e gli stivali con la rivolta, che tornavano così bene alla gamba ed al piede.
— Peccato — diss’egli tra sè — che sia un animale sì fatto, perchè poi è un bel giovane, e veste benissimo.
E qui, come per fare un confronto, andò a porsi davanti a una magnifica spera alla rococò, che posava inclinata sur una nobile console messa a oro. La pausa fu lunga e meditata. Mazel vi si mirava dalla testa ai ginocchi, poi indietreggiando compiva l’esame: il ventre cominciava a pronunciarsi un po’ troppo, ma c’era di che confortarsi considerando le gambe; quelle si potevano dir veramente tornite, sì che le calze finissime non vi facevano una grinza.
— Hum! — mormorò egli, tra’ denti — gambe di questa forma, nel secolo venturo, non se ne vedranno forse più.
Alla fin de’ conti egli non aveva che cinquantasei anni; poteva togliersene cinque grazie alla freschezza delle gote, alla bianchezza dei denti, e sopra tutto a certe sapienti manipolazioni del suo cameriere... Però Chambery non era più quello d’una volta; le sue mani non erano più ferme, e nel ravviargli i capelli, nello stringere col compasso le ciocche, spesso tirava troppo più l’una che l’altra, un affare serio...
— Niente — disse Massimo, affacciandosi all’uscio — sono andato fin presso alla cascina del Colombetto senza trovar anima viva. Eppure, creda, che non ho sognato: ho visto realmente una signora accompagnata da un signore, e parevano giovani tutti e due. Bisogna dire che abbiano svoltato. Però non saprei dove...
— Dimmi un po’ — interruppe Mazel — quel cameriere che avevi ultimamente... Frontino, mi pare?
— Fiordelis.