Alle otto e tre quarti arrivò il cavaliere Mazel molto brutto e tutto disfatto. Cospetto! non gli era riuscito di chiudere un occhio in tutta la notte, non a cagione degli spari, oibò! ma per un’emicrania, un dolore vivo e lancinante che gli occupava metà della testa. Non reggendosi in piedi, non aveva potuto venire subito al palazzo, come sarebbe stato suo sacro dovere.

Raccontò poi, dopo un poco, che nell’uscir di casa s’era imbattuto in due robusti mascalzoni avvolti in un palandrano e con un berretto di cuoio in capo; i quali, chiedendogli l’uno l’ora, l’altro una presa, gli avevano poste le mani ai taschini, privandolo a un tempo della tabacchiera, della ripetizione e di tutti i gingilli.

— Non so capacitarmi — diceva, — mi pare impossibile che fossero tedeschi. Sarebbe grave. Li credo francesi, piuttosto, due francesi travestiti.

Il marchese Violant venne a mezza mattina.

— Non posso fermarmi — diss’egli, soffiando. — Son qui per dirvi di viver tranquilli. So da fonte sicura che Suwarow ha fatto scrivere di buon inchiostro a Fiorella, dal principe Gortschakoff. La lettera suona press’a poco così: «Ah! voi minacciate di voler ridurre in cenere la città? Ah! voi volete far cadere sopra cittadini pacifici le conseguenze di un combattimento al quale non parteciparono? Ebbene se voi, contro tutte le costumanze delle nazioni civili, continuate a bombardare, io vi avverto, caro il mio signor generale, che ne soffriranno i francesi fatti prigionieri. Io li schiererò tutti di fronte alla spianata della Cittadella e ve li lascierò per tutto il tempo che continuerete a far fuoco. Lascio poi al vostro giudizio di valutare l’impressione che il vostro contegno produrrà sui popoli, ai quali i francesi promettono protezione e fraternità». Bene, eh? Questo si chiama parlare. Diavolo! Bisogna vedere quel che hanno sofferto la pubblica torre e certe chiese e certi palazzi; sentir quanti sono i morti, i feriti, gli stroppiati! Basta, domani alle dieci si canterà un Te Deum a San Giovanni con l’intervento di tutti i Corpi sì regolari, che secolari, del Corpo Reale dei volontari, eccetera, eccetera. Poi pranzo di gala, serata di gala al Teatro Regio, salve di gioia intorno alle mura... Presto i cavalieri di Malta andranno a far visita a Suwarow, e sarebbe bene che tutti i nobili... Insomma vedremo, riparleremo, in qualche modo faremo. Intanto su via, allegri! allegri!

Il maestro di casa non tornò che verso mezzodì. Venne dinanzi ai padroni tutto mortificato e compunto, con un abito nero non tagliato al suo dosso, e senza fibbie alle scarpe. Trovandosi fuori, aveva pensato d’andar a vedere se non era accaduto niente ad una sua sorella che abitava in fondo alla contrada de’ Guardinfanti. Ma a un dato punto tre casacche bianche e due mantelli rossi, sbucati da una bettola, gli si erano avventati contro, ingiungendogli di scoprirsi. Poi gridandogli nelle orecchie: — Porche tosate, ti star giacobine! — e levandogli di dosso chi una cosa, chi un’altra, per poco non l’avevano lasciato in camicia.

Nel pomeriggio la città prese l’aspetto degli altri giorni. Il droghiere, il vermicellaio, la modista, che stavano dirimpetto al palazzo, aprirono pian pianino le loro botteghe. Non si udivano più grida, nè rumori violenti. Nella strada passavano carrozze, portantine, gente affaccendata e signori a diporto.

Massimo indusse sua madre a prendere un po’ di riposo; intanto egli uscì. Bramava di persuadersi vie meglio che le cose erano veramente cambiate.

Sulle cantonate i nuovi affissi coprivano già largamente i rimasugli dei vecchi. Il giovane si pose a leggerli prima distrattamente, poi con attenzione. V’era il manifesto col quale S. E. il signor conte Suwarow ristaurava il sistema di Governo dell’8 dicembre 1798 e creava un Consiglio Supremo. V’era l’ordine della città di Torino concernente l’illuminazione. Per parte poi del Comando austriaco, si ordinava: «al Capitano della sesta Compagnia, Battaglione primo della Guardia nazionale di comandare in suo nome a tutta la Guardia nazionale, di continuare il suo servizio in questa Capitale per mantenervi la tranquillità, e di accompagnare alla Municipalità tutti i Francesi che s’incontreranno, proteggendoli da ogni insulto».

Tutta questa roba aveva la data del giorno antecedente: 26 maggio; ma a lato v’erano parecchi fogli ancor più recenti. Massimo diede una rapida occhiata a due nuovi manifesti di Suwarow agli abitanti del Piemonte, l’uno pieno di lodi, d’incitamenti bellicosi e di promesse, l’altro riguardante provvedimenti diversi. Considerò invece i seguenti: