E suonò il campanello.
Il maestro di casa, che si presentò subito, ricevette l’ordine d’andare a prendere ragguagli circa quanto accadeva.
— Dovrò andare in piazza Castello — osservò Gringia; — forse fino al palazzo di Città.
— Va dove vuoi — rispose Massimo; — ma fa di tornare con notizie chiare, precise.
Passò un’ora. Massimo ogni tanto si affacciava al terrazzino; sentiva un ronzìo lontano che indicava un certo movimento; abbasso giravano coppie e brigatelle di soldati stranieri, e grossi branchi di villani; i cittadini andavano diritto per la loro strada, e nell’andatura di più d’uno si vedeva facilmente un non so che di stanco e di spaurito.
La contessa suonò di nuovo. Comparve un altro servitore, ed a questo ella ordinò di scendere e d’andare un po’ attorno, senza allontanarsi troppo dal palazzo.
— Tornerai fra un quarto d’ora, fra mezz’ora al più tardi, e ci dirai quel che avrai visto e sentito.
Mezz’ora dopo l’uomo venne a riferire che la gente lavorava a riparare i danni fatti dai proiettili alle case, ai palazzi, alle chiese, ed a combattere il fuoco, che serpeggiava qua e là; impresa tutt’altro che facile, perchè quel birbante di Fiorella aveva fatto portare in Cittadella le trombe idrauliche, le scale portatili, le secchie di cuoio, tutto quanto insomma serviva a spegnere gl’incendi.
Intanto russi ed austriaci cominciavano a far i prepotenti: volevano pane, vino, carne, riso, grano, fieno, biada; entravano nelle case e nelle botteghe e si servivano senza metter mano alla borsa. Gli straccioni e gli scamiciati rubavano scopertamente senza suggezione di alcuno.
— Sa, signora contessa, di che cosa ho paura? — si arrischiò a conchiudere il buon servitore: — che tutti costoro finiscano per sgraffignare ancora quel poco che gli altri ci hanno lasciato.