Poi si vide piccolino in una carrozzetta tirata da due capre... Si rammentò che voleva comprarsi un cavallo... Non sapeva perchè fosse uscito di notte, così, senza bastone...

— Non scoppierà più — susurrò un soldato steso ai suoi piedi: — la spoletta...

Ma in quell’istante Massimo fu come percosso da una forza subitanea ed impetuosa, e insieme assordato da uno strepito orrendo, simile al frangersi d’un immenso cristallo; una schizzata di fuoco, di terra, di ferro, di ciottoli volò stridendo sopra la sua testa. Saltò su quasi senza volerlo e si gettò contro il muro. Piovevano a scroscio calcinacci, scheggie e rottami; d’innanzi a lui, dal fumo crasso, dal polverìo denso uscivano gemiti, voci lamentose, grida soffocate. Gli tornò a mente sua madre e prese a correre verso casa.

Il frastuono continuava. L’Angelo della morte continuava a svolazzar per le strade all’impazzata. Davanti alla chiesa di San Filippo, una palla da cannone cadde stanca vicino a Massimo, e rimbalzando andò a colpir nelle reni un povero operaio.

Adesso il giovane andava innanzi senz’ombra di paura; provava il compiacimento ineffabile dell’uomo uscito illeso da un gran pericolo; si sentiva sano, vigoroso, invulnerabile; gli pareva quasi di esser rinato.

Giunto al palazzo, trovò la contessa nell’atrio, in accappatoio, in pianelle, che domandava e ridomandava affannosamente di lui ai servitori sbalorditi.


Alle cinque il bombardamento restò. Massimo e la contessa, seduti in sala sul sofà, si riscossero e si guardarono in viso.

— Un armistizio! — esclamò il giovane, movendosi verso l’uscio. — Forse una tregua.

— Aspetta! — disse la contessa, con accento supplice. — Non lasciarmi più. Manderemo qualcuno a vedere.