Madre e figlio stettero ancora un po’ insieme, poi si separarono. Entrambi sentivano bisogno di riposo; bisogno sopra tutto di rinfrancare gli spiriti, di ricuperare le forze della mente. La contessa passò nelle sue stanze; Massimo discese nel quartierino terreno, pieno per lui di tante memorie, le une dolci, le altre amare. Si spogliò, entrò nel letto, e presto si addormentò.
Dormì d’un sonno continuo, perfetto fin verso le due; poi si risentì, si rizzò a sedere e tese l’orecchio. La città pareva tranquilla, immersa nel sonno. I cittadini, stanchi di festeggiare, di tripudiare, d’andar a sollazzo per le strade, riposavano. Ma dove s’era raccolto il canagliume di Branda Lucioni? Che facevano i croati, i panduri, tutta l’immonda genìa soggetta a Melas? Che facevano racchiusi in Cittadella i francesi vinti, furenti di rabbia? La fantasia gli dipingeva la fortezza paurosa e formidabile come un vulcano assopito. Gli pareva d’aver sentore d’un pericolo enorme che si venisse approssimando nell’ombra, e provava una inquietudine, un batticuore, una smania tanto insopportabile, che a un certo punto, buttate le gambe fuor del letto e messosi indosso un poco di veste, andò alla finestra e l’aprì.
La notte era pura, il silenzio profondo; fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Sentì tosto salir dal petto più libero il respiro e svanire in parte quel terrore indefinito con cui l’animo combatteva. Ma ecco che nell’atto in cui si appoggiava coi gomiti sul davanzale, udì distintamente una detonazione lontana, più forte assai d’un colpo di fucile. Finì in fretta di vestirsi, discese, attraversò l’atrio, uscì in istrada.
Ora le esplosioni si ripetevano a brevi intervalli.
Il giovane si soffermò un momento per guardare a destra e a sinistra; poi corse alla cantonata e voltò risolutamente verso piazza San Carlo. Porte e finestre si aprivano e si serravano a gran furore, il bisbiglio cresceva, e tra mezzo qualche urlo, qualche strido. Una campana cominciò a sonare a stormo, poi due, poi molte altre. Spesseggiavano i sibili; le bombe scorrevano per l’aria, lasciando dietro lunghe striscie di luce; tremolavano su su tra le stelle e cadendo a piombo, ruzzolavano frusciando per le strade, per le piazze, per i cortili; o sfondando tetti e soffitti, scoppiavano nelle stanze, fulminando e fracassando ciò che trovavano.
Mentre Massimo arrivava sulla piazza, sboccava dalla contrada di Santa Teresa una turba di fuggenti. Uomini e donne semi-nudi; mariti che spingevano e tiravano le mogli, mogli aggrappate convulsamente ai mariti; fratelli con le sorelle in collo; padri e madri che stringevano in braccio o trascinavano per mano i figliuoli, tutti correvano rovinosamente a rifugiarsi sotto i portici. Massimo notò un uomo in livrea che ne portava un altro ravvolto in una veste da camera; tre monache coi crocifissi in mano; un vecchio militare, senza cappello e senza parrucca, che gridava disperatamente: — al fuoco! al fuoco! al fuoco! — Ad un punto si abbattè in una signora scarmigliata e discinta, che prese a raccontargli, brancicandogli la giubba, come mentre si affacciava al terrazzo, le fosse passata presso al viso una palla da cannone che le aveva levato il respiro, e come non sapesse più che cosa fare per riaverlo...
Una voce sonora proferiva parole tedesche di comando verso il mezzo della piazza. Massimo si mosse per avvicinarsi, si trovò attorniato da una frotta di soldati che schiamazzavano tutti insieme:
— Neh, che flagello! — Assassini, tirano e cantano. — Già la Marseillaise, la Marseillaise. — Senti, i nostri battono la generale. — È un’ora fa che dovevano batterla. — Se almeno ci fosse la luna. — Cosa vuoi far della luna? Hai le stelle filanti. — Ohe ohe, senti questa come gnaula! Viene qui! — Attenti! — A terra! a terra! — Giù tutti!
Il punto sfavillante rompeva l’aria fischiando acutamente. Massimo si trovò bocconi fra gli altri. Udì un tonfo; poi un crepito sottile, che non aveva nulla d’inquietante; non guardava, eppure vedeva il globo nero girar fumicando. Subitamente si sentì mancare l’anelito, gli parve di struggersi, di spappolarsi in un sudore ghiacciato.
— Non sogno — pensava — son qui... sono io. Ho fatto male a non avvertire, a non salutare mia madre. Perchè non ho scritto a Liana?... Purchè io non abbia a soffrire...