In quella entrò il marchese. Si rallegrò vedendo suo figlio, trasecolò raffigurando il nipote.
— Insomma questo è il giorno dei portenti! — esclamò, stringendolo al seno. — Mi spiegherai poi come va questa faccenda. Ma non adesso, che non ho più testa.
Ascoltò però con gran compiacenza il racconto delle prodezze di Giacinto. Si vedeva che non capiva in sè dalla gioia.
— Oggi — diceva — è stato giorno di gloria per il Piemonte e per noi. E, se Dio vuole, sarà principio di gloria maggiore. Rimetteremo tutto nell’ordine antico. È finito il tempo in cui i religiosi si chiamavano fanatici, i ladri patrioti; in cui il disordine era legge nuova, il libertinaggio libertà, la miseria universale uguaglianza. Tutte le distinzioni, titoli, ordini, collegi e divise sono ristabilite sul piede in cui erano sotto il regno di S. M. il Re di Sardegna. La città di Torino s’intitolerà nuovamente contessa di Grugliasco e signora di Beinasco; piazza Castello non sarà più piazza Nazionale. Ho avuto il piacere di veder atterrare a furia di popolo il maledetto albero della Libertà e ridurre in pezzi il piedestallo, i trofei, le iscrizioni. Ho avuta la consolazione di veder l’ingresso di S. A. il signor conte Suwarow Kimniski, feld maresciallo di S. M. l’Imperatore Apostolico e di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, Gran Croce di tutti gli Ordini Militari, commendatore dell’Ordine di Malta, conte dei due Imperi, e Generale in capite delle Armate combinate. Aveva da una parte il principe Costantino, dall’altra il suo cappellano; era in grand’uniforme, con un caschetto di marrocchino verde ornato d’un bel pennacchio di penne di gallo; inforcava un cavallino tartaro la cui bardatura alla cosacca non vale uno scudo. S’inchinava a destra, s’inchinava a sinistra; e la gente parevan tutti matti, baciavano la spada, gli stivali, tutto quel che arrivavano; ho visto io una dama chinarsi in fretta, raccogliere ed involtare nel fazzoletto certa roba (scusate) che il cavallo perdeva alzando la coda. Suwarow andò diviato a San Giovanni. È là che ho potuto esaminarlo da vicino e con comodo. È un uomo che non m’arriva al petto, ma ha un braccio che dove tocca lascia il segno. E che gambe, anche! Gli occhi paiono carboncini accesi; il naso è corto, con un bitorzolino da una parte; la bocca larga come un forno, con tutti i suoi denti. Andò avanti come si accingesse a ballare, si buttò giù con la fronte a terra, si rialzò, corse all’altar maggiore, baciò e ribaciò la mensa. Poi, dopo aver pregato un buon poco, porse all’arcivescovo due cordoni dell’Ordine di Maria Teresa perchè li benedicesse, e ne diede graziosamente uno a Melas e l’altro a Chasteler.... Il maggiore Inglesio, che serve già da qualche tempo in qualità di volontario sotto di lui, mi narrava che per Suwarow ogni battaglia è una festa. Bisogna vederlo, pare un demonio scatenato, qualche volta si spoglia perfino in camicia e combatte agile e destro, con nastri, croci e patacche di brillanti sul petto. Mangia carne cruda; dorme sulla terra dei campi, o nudo nella paglia o nel fieno che fa ammucchiare in mezzo alla camera. Aborre gli specchi e si diverte a mandarli in frantumi. Sa armare, esercitare, ordinare, disciplinare a maraviglia i soldati; e si dice anche che faccia propinar veleno ai malati per disbrigarsene, ma via, questa mi pare un po’ grossa. Però, osservandolo, si capisce che è un tartaro, un mezzo selvaggio!
— Cos’importa? — esclamò Mazel. — Purchè mantenga la parola, e ci ristori di tutti i danni sofferti.
— A me basta ch’egli venga a rimetter sul trono il mio Re — disse magnanimamente Giacinto.
— Bravo! — ripigliò il marchese. — E adesso bisogna andare a casa. Ho invitato a cena il capitano Kapzermet del quinto Bannat, ed il luogotenente Benizki del settimo usseri. E poi dobbiamo far accendere i lumi, per Bacco! Non sapete? La città di Torino ha stabilito che per tre sere, a cominciar da questa, tutti gli abitanti debbano dimostrare il loro giubilo con l’illuminazione delle proprie case.
Infatti mentre Violant, Giacinto e Mazel prendevano congedo dalla contessa e da Massimo, s’udì sotto le finestre passar correndo una frotta d’uomini e una voce gridare:
— Fuori i lumi! fuori i lumi! Viva il Re! Morte ai giacobini!
I servitori, sotto la direzione del maestro di casa, si affaccendavano già intorno alle finestre ed ai terrazzini; in poco d’ora il palazzo Claris scintillava da cima a fondo, come le case vicine.