La contessa alzò in viso al figlio gli occhi luccicanti, e gli stese la mano.
Il giovane la baciò teneramente, la strinse tra le sue.
— Bisogna farsi animo, signora madre — diceva. — Vede che son pur ritornato: ritornerà anche il babbo. Forse è più vicino che non si crede. Deve sapere che il marchese di Saint-André, il quale era pure tra gli ostaggi, è stato anche lui liberato sulla strada di Susa da alcuni galantuomini che avevano servito sotto i suoi ordini. Egli poi ha trovato il modo d’andar ad incontrare Suwarow a Castelnuovo di Scrivia... Quello che è seguìto al marchese ed a me, può essere seguìto ad altri. Dunque chi sa!... Si può sperare, no?
— Oh sì! — rispose la contessa. — Dio non nega favore alla giustizia.
— Ostaggi, ostaggi! — brontolava Mazel, che andava e veniva dal terrazzino, soffiandosi il naso a ogni momento. — Che ostaggi d’Egitto! Pegni, cioè. Ma ci può esser pegno dove non c’è fede? Sono ostaggi come quelli che predano i corsari d’Algeri, i pirati di Tunisi, i ladroni di mare, insomma; pegni di un riscatto, ecco. Ma adesso lo pagheremo in piombo, il riscatto; in piombo e in ferro, ma non in oro e nemmeno in argento. Cospettone!
Cominciava a farsi notte; ma nè la contessa, nè quelli che erano con lei, parevano avvedersi della semi-oscurità in cui era la sala, che in tutt’altro momento li avrebbe avvertiti di provvedersi d’un lume. A poco a poco i tiri erano divenuti meno frequenti; poi erano cessati affatto.
Entrava dal terrazzino l’aria fresca della sera, e un rumore cupo e continuato, ronzìo e calpestìo ad un tempo.
Ad un punto un servitore venne a posare una lucerna sur un tavolino, e intanto annunziò il marchesino Violant.
Questi non tardò a comparire pomposo e trionfante. Baciò rispettosamente la mano alla zia, salutò familiarmente il cavaliere e dette in un oh! di grandissima meraviglia vedendo il cugino; ma poi non si curò di chiedergli per qual prodigio si trovasse a Torino invece che a Grenoble. Domandò di suo padre, e inteso che o prima o poi doveva venire, si accomodò in un seggiolone.
— Sono stanco che non ne posso più — diss’egli. — Non per vantarmi, ma credo di aver cooperato anche un pochetto al buon esito delle cose. Sono io che ho aperto porta Palazzo in barba ai francesi. I quali non scherzavano, ve lo dico io. Le baionettate fioccavano. Un sergente della guardia nazionale, che mi prestava qualche aiuto, ne toccò una nel petto, ma per buona sorte forò solamente l’abito. Poi ho condotto sui bastioni e nel giardino reale il capitano Zundeler, per mostrargli dov’erano collocati i cannoni. Poi, tornato alla porta, ho avuto l’onore di abbracciare e baciare S. E. il marchese di Chasteler. C’erano anche il cavaliere Derossi ed alcuni altri signori. Di là siamo andati tutti all’Arsenale. Trecento ottantadue cannoni, quindici mortai, ventimila fucili, munizioni in abbondanza, ecco quel che abbiamo trovato, ecco quel che si può chiamare il nostro bottino di guerra.