— Massimo! Massimo! — gridò la contessa, alzandosi precipitosamente. — Sono qui, sono qui, sono qui!
XXXI.
— Ma tuo padre... dove hai lasciato tuo padre? — disse la contessa a suo figlio, passato il primo sfogo di abbracciamenti e di lagrime.
Massimo rimase sbalordito: credeva il conte in casa, in un’altra stanza, stava appunto per domandare di lui. Quando Mazel gli ebbe raccontato, molto in succinto, quant’era accaduto, si battè con la palma la fronte.
— Ora capisco! — esclamò. — Ma da uomo d’onore non sapevo nulla. Se mi fosse balenato in mente che mio padre poteva essere fra i così detti ostaggi, mi sarei condotto diversamente. Povera mamma, lei ci credeva insieme, eh?
La contessa fece di sì con la testa.
Il giovane stette un momento immobile come per raccogliere le idee, poi ripigliò:
— Dirò così in compendio quello che mi accadde, senza fermarmi su tutti i particolari... Dunque da Robelletta fui condotto a Torino, anzi diritto diritto in Cittadella. Quando si giunse era notte avanzata. Smontato da cavallo fui chiuso in una stanzetta terrena nel palazzo del comandante, e lasciato con un lumicino. Dopo pochi minuti entrò un ussero, un ufficialetto pallido e bruno, il quale mi domandò seccamente perchè avessi fatto tardi; poi, senza aspettar la risposta, mi disse che dovevo dispormi a ripartire subito per raggiungere il grosso dei deportati già in cammino. Passò mezz’ora, un’ora, forse più: l’uscio si riaprì, l’ufficiale ricomparve e mi accennò di seguirlo. Trovai sul piazzale, dinanzi al mastio, un piccolo drappello ordinato in battaglia su due file. Montato anch’io a cavallo, sentii che non avevo più sotto il mio Frontino... In quel momento mi si indebolì l’anima, mi parve d’essere già lontano lontano, tutto solo... Una sciocchezza, ma non bisogna che ci pensi... Povero Frontino! Quello si chiamava cavallo! Non ne avrò più un altro che lo valga... Basta, lasciamo questo. Si venne alla porta di soccorso, si uscì alla campagna, procedendo verso Rivoli. Una invincibile tristezza mi mangiava vivo, ma neppure messieurs les hussards non erano allegri: si sentivano in paese nemico; infatti, a giorno chiaro, quando ebbi veduto come li guatavano i campagnuoli ed i viandanti che si venivano incontrando, compresi che avevano ragione di star in guardia. Giunti a Rivoli, si seppe dal maestro di posta che la comitiva degli ostaggi aveva già continuato la sua via. Me l’aspettavo, ma l’ufficialetto diede in escandescenze, inveì di nuovo contro di me, giurando che non sarebbe andato oltre Avigliana, che là avrebbe provvisto lui a modo suo, eccetera, eccetera... Forse non diceva così che per sfogarsi e per farmi un po’ di paura. Io feci come se non intendessi nè il francese, nè l’italiano infrancesato, e me ne stetti in silenzio. Dopo aver messo sottosopra la casa, l’ammazzasette ordinò la partenza. Le strade erano quasi deserte, ma quando fummo per uscir dall’abitato, ci trovammo chiuso il passo da un attruppamento di gente varia di età e di sesso, che pareva starsene lì in ozio. Alle intimazioni che venivano fatte di aprirsi, di dar luogo, si rispondeva con baie, con qualche risata, e nessuno si moveva. L’uffiziale non sapeva che partito prendere; guardandolo, pensavo che ne’ suoi panni mi sarei trovato anche più impacciato di lui. Che fare? Adoperar la forza, cioè buttarsi avanti e rompere e rovesciare, era cosa piena di pericolo: nella folla c’era un numero considerevole d’uomini; armi propriamente non ne portavano in vista, ma potevano averne sotto, e a un bel momento mettersi a lavorar coi coltelli e con gli stili. Indietreggiare non si doveva, e star fermi neppure: l’immobilità e l’irrisolutezza potevano sembrare paura. Oltre a ciò i soldati cominciavano a disordinarsi, a sparpagliarsi, a trovarsi in certo modo a discrezione della turba. Io non avevo più accanto che un sott’ufficiale, un veterano con un grosso codino grigio, con due palle di moschetto appese alle cadenettes; mi guardava in cagnesco, e vi fu un momento in cui credetti ch’egli avesse l’istruzione di bruciarmi le cervella senza cerimonie, perchè lo vidi abbassar pianamente la mano sulla fonda... Formavo il centro d’un gruppo di giovanotti che, senza proferir parola, s’ingegnavano di spingere il mio cavallo verso l’imboccatura d’una stradicciuola che era lì presso... Vi arrivai; chi si tirò indietro da una parte, chi dall’altra, ed io mi trovai libero affatto.
— Prenda a mancina; dopo gli orti, troverà i campi. — Si ficchi nel bosco. — Scappi, scappi! — Buon viaggio, monsù. — Grazie tante, figliuoli, ci rivedremo a miglior tempo.
Può immaginare, signora madre, come lavorai di sproni! Cinque minuti prima non avevo neppur l’ombra d’una speranza di uscir da quell’unghie!... Quando mi parve d’esser lontano abbastanza, rallentai il corso, e cominciai a fare i miei conti. Per tagliar corto, pensai d’indirizzarmi verso Pianezza e ricoverarmi nella villa del barone Avenati, che è ancora nostro parente e uomo dabbene, benchè passi per matto. Non sapevo così su due piedi trovar luogo nè migliore, nè più sicuro... Dopo cortesi, ma brevi accoglienze, Avenati mi condusse a vedere la sua collezione di mosconi, di bacherozzi, di scarafaggi; poi, sentiti i miei casi, mi mostrò con molte parole che assolutamente non mi conveniva tornare a Torino, dove chi mi voleva male avrebbe con facilità potuto trovarmi ed emendare il colpo fallito: — Sta qui con me; andremo a caccia d’insetti, t’insegnerò la storia naturale, e ci guadagnerai un tanto, capisci. Scrivi subito ai tuoi, penso io a far ricapitare. — Io scrissi e gli diedi la lettera: scommetto che l’ha ancora in tasca! Può pensare in quale agitazione mi trovai poi. Non sapevo più nulla dei miei, nè di nessuno. Le notizie che giungevano alla villa erano fatte da chi le portava sempre così fantastiche, e con tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona. Or mi risolvevo di venire in città di nascosto, travestito; or di muovere incontro agli austro-russi... Ma il barone, con buone maniere, seppe sempre tormi giù da ogni risoluzione. Intanto nelle campagne cresceva il rumore; ed alla fine la vanguardia di Rosenberg, comandata da Bagration, arrivò da Montanaro, e per Caselle e Pianezza, si spinse fino a Rivoli. Mi mossi anch’io. Ieri vidi piantar le batterie contro porta Nuova e contro porta Susina... Ed oggi sono qui.