— A destra, a destra! — esclamò Di Capolea, spronando verso di loro. — Voltare a destra, signori, per andare alla Cittadella, voltare a destra...

Mentre Mazel teneva lor dietro con l’occhio, la contessa rientrò di nuovo in sala e andò a gettarsi in una poltrona.

Alla vista del cavalierino, s’era fatto nella sua mente come un tumulto; il ricordo dell’assenza dei suoi, soffocato da tante sensazioni presenti, era ritornato distinto ed amaro.

— Il giorno della purificazione è venuto — pensava, coprendosi il viso con le mani: — rivedremo il nostro Re; tutto tornerà come prima, ma Annibale e Massimo saranno lontani, saranno ancor nelle mani dei nostri nemici, irritati dalle sconfitte, fatti spietati dalla bramosia di vendicarsi, di ricattarsi comunque sia. Chi sa che rappresaglie! Chi sa, chi sa come me li maltratteranno d’ora in poi!... A Grenoble!... Come può esser Grenoble?

Cercava d’immaginare, e non riusciva che a vedere una piccola città gelida e tetra, una specie di fortezza, oppressa da un cielo di piombo, perduta in una solitudine immensa e desolata....

E l’aria rimbombava sempre di grida, di colpi, di mille suoni lugubri e confusi. Ad ogni scoppio, nella sala e nelle stanze vicine tutto vibrava, tutto si scuoteva; i muri tremavano come percossi da un ariete invisibile.

All’improvviso Mazel balzò dentro: i suoi occhi brillavano, gesticolava come un burattino, tutta la sua persona esprimeva il desiderio cieco di far presto, presto, presto; spinse l’uscio che rispondeva nell’anticamera e scomparve.

La contessa si sentì rimescolare. Che cos’era accaduto? Che accadeva? Si mise attenta: udì il portone aprirsi e richiudersi. Suo fratello, forse? Il marchese che ritornava... No, no, no, sentiva bene che non era il marchese. Dunque chi?

Passarono alcuni minuti d’un’attesa acuta, indicibile; poi le venne all’orecchio uno stropiccio di piedi, e una voce...

— Diavolo! — diceva quella voce — com’è possibile che non abbiate ricevuto la mia lettera?