— Ah! signora contessa — gridò da basso — scusi la libertà, ma faccia serrare. Le Masse cattoliche, i briganti sono entrati anche loro, e fanno il diavolo. Facce che in Torino non si sono mai vedute. Hanno già saccheggiato casa Ferrero e casa Miroglio; adesso mettono sottosopra il caffè Scanz. Vogliono mangiare, vogliono bere, e si ficcano da per tutto per cercare i giacobini... Faccia serrare, per carità!
Due o tre servitori, ch’erano nell’atrio, chiusero il portone senza aspettar l’ordine. S’udiva un urlìo, un rombazzo sguaiato e brutale che cresceva e si avvicinava.
Guardando verso il crocicchio, la contessa ed il cavaliere videro passare un gentiluomo con la spada nuda in mano, poi un domenicano con un crocifisso, poi una spingarda sur una carretta tirata da un asino, e dietro la torbida fiumana del contadiname ebbro di rabbia, di fanatismo, di vino.
Il ringorgo buttò una parte di costoro contro il palazzo; si attrupparono sotto il terrazzino, gridando tutti insieme che volevano far merenda. Erano armati in varie e strane guise, portavano abiti d’ogni foggia e d’ogni colore, avevano braccialetti, anelli, ciondoli, orecchini. Mazel osservò un pezzo d’omaccio, pieno di sudiciume e di strambelli, che si soffiava il naso in un gentilissimo fazzoletto guernito di trina.
La contessa, stomacata dall’odor di bestiame che saliva fino a lei, rientrò in sala; trovò il maestro di casa pallido e senza fiato, e gli ordinò di distribuir pane, vino, companatico dalle finestre terrene, senza aprire il portone. Quando si riaffacciò, una specie di porcaio aveva cacciato fuori un piffero e ne traeva di tanto in tanto qualche fischio; un gaglioffaccio, avvolto in un andrienne da gran dama, con un berretto da granatiere in capo ed un forcone in mano, gettava un grido, e tutti gli altri lo ripetevano saltando e facendo il chiasso:
— Un saut per l’Imperator, ch’as farà sempre onor! — Un saut per i russi, ch’an levran prest dai crussi! — Un saut per la mort dii giacobin, ch’na faroma prest la fin! — Un saut per’l prevost, cha sarà sempre nost!....
— Che fate, figliuoli? — gridò il cavalierino Di Capolea, giungendo sopra un muletto. — Non è qui che dovete stare: andate in piazza Castello, abbattete l’albero, poi chiedete e domandate, ci sarà d’ogni ben di Dio... Correte, correte!...
I contadini lo guardarono a bocca aperta, poi si mossero in frotta, e scantonarono schiamazzando.
— Tutto il mio rispetto, contessa — ripigliò Di Capolea, ridendo. — Come va, cavaliere?... Questi cialtroni di contadini non sanno far altro che rubare e mangiare. Ma l’affare cammina. Il maggior Meshco del settimo ussari, il luogotenente colonnello Ettingshausen d’Erdôdy, il conte di Neigper, l’aiutante Wukassovich, il capitano Veczey si sono messi alla testa dei diversi pelottoni di cavalleria ed hanno caricato magnificamente il nemico. Molti morti, molti prigionieri. Fiorella l’ha scampata bella. Parlo anche in rima, eh? Si figuri, contessa, ch’egli stava desinando al caffè Catlina, quel caffè che è sull’angolo dell’ultima casa della contrada di Santa Teresa. Vide passare i primi usseri a tutta briglia, poi li vide tornare subito indietro; allora lui via a gambe verso la Cittadella... Fece alzare i ponti e girare un pezzo in modo da spazzar la contrada. Ma noi passeremo ugualmente. Sentite, sentitelo che dispensa le sue grazie!... La divisione Kaim è già entrata tutta da porta Nuova..... Con permesso, contessa.
Alla cantonata, un personaggio in bianca assisa, con l’Ordine di Maria Teresa al collo, guardava intorno dubbioso; gli ufficiali del seguito, ben vestiti, ben armati, con dei bei cavalli sotto, discorrevano sommessamente.