— Per Bacco! Non ha visto? — continuò il dottore esultante. — La cavalleria è passata al galoppo, adesso viene la fanteria al passo di carica. Le più belle truppe d’Europa. I russi sono bellissimi a vedere, tutti alti, quadrati di spalle, di portamento diritto, coloriti vivamente nel viso; portano in capo una specie di mitra; hanno certi zimarroni che non finiscono più. Siamo noi che li abbiamo fatti entrare, noi della guardia. È andata benone, proprio secondo l’intesa. Dopo i primi colpi, Brunet, Boccione e parecchi altri salirono sui bastioni e, colto il momento, saltarono addosso ai cannonieri francesi e strapparono loro le miccie di mano. Quelli di noi ch’erano di guardia alla porta, l’aprirono subito, abbassarono i ponti, fecero i segnali, tutto a un puntino. Mi rincresce che si dovette maltrattare un pochino il capitano Barucchi, il quale non sapeva niente o non voleva saperne. Quanto al conte Ghigliossi, l’ex-ufficiale d’artiglieria, non è colpa nostra se l’hanno ammazzato. Voleva opporsi con la forza! Un matto che ha sempre cercato le brighe col lumicino. Con permesso; devo andare al Municipio. Viva! Viva! Viva i nostri liberatori!
Ed il gridìo gaudioso continuava; spesseggiavano gli evviva al Re, alla casa di Savoia; da per tutto sventolavano bandiere, sciarpe, fazzoletti, o si agitavano cappelli e berretti; le trombe squillavano sonore, i tamburi rullavano alla gagliarda, le campane di molte chiese suonavano a distesa; ed il picchetto di guardia al quartiere, essendo venuto a schierarsi davanti a San Francesco, cominciò a far una lieta e strepitosa gazzarra.
Violant, assordato dal frastuono, si chinò verso la sorella.
— Santo Dio! — diss’egli — a casa delle anime dannate forse non si sente la metà di quel che si sente qui. Credi a me, andiamo via. Io ti riaccompagno, poi vado a cercar mio figlio, che non ho più visto da ieri. Oramai sappiamo che Torino non è più in poter di Francia... e mi par già di respirare un’altr’aria. Andiamo via.
Uscirono dalla calca a gran fatica.
Le strade vicine a contrada di Po avevano un aspetto più scompigliato che festoso. Chi traeva al rumore, chi se ne allontanava; le botteghe si serravano; le insegne repubblicane sparivano; le coccarde tricolori galleggiavano allegramente nelle zanelle veloci. Si vedevano fuggire i soldati francesi verso la Cittadella, e i popolani inseguirli come i cani alla lepre.
Giunti al palazzo Claris, il marchese si allontanò, promettendo di tornare appena avesse rintracciato Giacinto; la contessa e Mazel salirono lo scalone, entrarono nella sala rossa, si affacciarono al terrazzino.
Passarono a briglia sciolta su piccoli cavalli selvaggi e criniti, venti o trenta ceffi di ribaldi, con mantelli rossi, e berretti di pelle d’agnello su gl’occhi. Uno di questi dal naso camuso, dai lunghi baffi pendenti, alzò una pistola verso Mazel, urlando: — Jacob! Jacob! — con la bocca aperta fino alle orecchie; poi trascorse con gli altri, cacciando una risata che parve un nitrito.
— I panduri! — mormorò il cavaliere, che aveva fatto il viso come la cenere. — Questi sono certo i panduri...
Il droghiere, che teneva bottega dirimpetto al palazzo, tornava a casa frettoloso, conducendosi dietro la moglie e due figliuoletti.