Un luogotenente della guardia nazionale, che guardava da una finestra con un canocchiale, urlò tutt’a un tratto: — Viva il Re!
Dieci voci, poi cinquanta, poi cento, fatte ardite dall’esempio, ripeterono con entusiasmo quel grido.
— Ma dunque son proprio entrati? — diceva la contessa, attaccandosi al braccio di suo fratello. — Son proprio entrati? — Le mancavano le ginocchia, le si appannava la vista; si fece forza, guardò intorno. Il gruppo dei repubblicani s’era sciolto. Le parve di veder uscir dalla chiesa l’omiciattolo che l’aveva insultata, tutto stravolto, con in testa una grossa parrucca. Volle parlare, indicarlo a quelli ch’erano con lei, ma in quel punto chi interrogava aveva bell’interrogare, chi rispondeva aveva bel rispondere, che il tuono stesso non si sarebbe sentito: un applauso, un clamore, un ah! ah! ah! continuato e crescente veniva su facendo rintronare formidabilmente la strada; usci e finestre parevano sbatacchiati dal vento; molte vetrate saltavano in frantumi.
La contessa, il marchese, il cavaliere furono urtati, spinti nel mezzo della via da quelli che si cacciavano avanti; ributtati indietro subito da un’altra corrente: la folla si rimescolava, si divideva, acclamando sempre più freneticamente.
Passò di gran carriera un bellissimo uomo, col corpetto celeste e i calzoni bianchi, che brillava tutto; poi altri, poi altri, tutti col schako a pennacchio, con la sabretache e col doliman; rispondevano agli applausi brandendo le sciabole e vociando a sguarciagola.
— Ma chi sono? Chi sono? — ripeteva la contessa ansiosa, volgendosi ora al fratello, ora al cavaliere; i quali erano rimasti come estatici.
Sopraggiunse il dottor Garonis, vestito da capitano della guardia nazionale.
— Chi sono, dottore? Chi sono?
— Gli usseri di Meshco, contessa, — rispose Garonis.
— Ma son proprio entrati? — chiese ancora Violant, che non poteva credere ai suoi occhi.