— Cittadini! — incominciò — piemontesi buoni guerrieri e coraggiosi, soffrirete voi che i barbari del nord, spinti dalla rabbia dei loro tiranni, vengano a saccheggiare le vostre case, insultare le vostre mogli, scannare i vostri figli? Soffrirete voi che il vostro onore sia macchiato da quelli che non sanno neanche che cosa sia l’onore?... Sapete voi cosa vogliono questi stranieri venuti dal fondo dei paesi più gelati? Vogliono, come diceva adesso l’amico Michel, ristabilire la nobiltà a danno delle povere brache di tela. Vogliono incatenar daccapo il popolo. Bisogna scacciarli, o dovrete pagar di nuovo le decime, andare ai forni ed ai mulini forzati... Sarete di nuovo malmenati dalla cavalleresca alterigia e dalla gotica ignoranza; le nostre donne non avranno più difesa contro la lubricità dei potenti; i nostri valorosi soldati saranno di nuovo soggetti al bastone dei duri ufficiali... Io non sono che un campagnuolo, ma vi potrei raccontare...

Qui, scorgendo nella folla la contessa, Mazel e Violant, che si erano avvicinati, s’interruppe, spalancò gli occhi infocati e contrasse le grinze del viso a un sogghigno di compiacenza diabolica.

— Io non sono che un modesto speziale di campagna — ripigliò tosto, — ma so che il buon cittadino è tenuto a denunziare chiunque attenta alla sicurezza dello Stato libero. Avendo scoperto, laggiù dalle mie parti, un nido di biscie e di serpenti, sono venuto a Torino subito, a fare il mio dovere. Credevo che li avessero pigliati tutti, invece no: io vedo lì, in mezzo a voi, la contessa di Robelletta, con suo fratello, col suo ganzo. E sapete cosa aspettano? Amici, io ve lo dirò...

In questo momento i cannoni del monte cominciarono a tonare, risvegliando echi da tutte le parti. Si vide la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa; tutti s’alzavano sulla punta dei piedi, sporgevano il viso a porta di Po, mirando certe nuvolette dense, color di perla, che si formavano e si dissolvevano.

— Laggiù, neh? — Ci siamo, ci siamo! — Madonna degli Angeli, aiutateci voi! — I cannoni, eh? — Cannoni, mortai, un po’ di tutto. — C’era da aspettarselo. — La mitraglia! la mitraglia! — Che mitraglia? tirano a palle infocate. — Son granate reali. — Son bombe, son bombe! — È l’assalto generale. — È il bombardamento. — Te l’avevo detto, eh, stamattina? — Siamo serviti! — Siamo morti! — Vive la République! — Va all’inferno! — Oh Signore! cos’è che brucia là a destra? — È a sinistra che brucia: è casa Bellotti. — Misericordia! già una casa incendiata!

Queste ed altre infinite parole formavano un suono rumoroso simile al gorgogliare d’una grossa acqua corrente, un suono strano, interrotto tratto tratto da subitanei silenzi, da brevi momenti di attesa opprimente, acutissima. Dopo un poco la gente non fece più alcun caso dei colpi, divenuti numerosi e frequenti: guardava il fumo nero che, avvolgendosi in globi ed allargandosi, saliva a confondersi con quello che già insudiciava il cielo; guardava la pioggia minuta delle scintille, e le fiamme voraci che uscendo dalle finestre dell’ultimo piano, leccavano il tetto. Un odore acre di polvere e di bruciaticcio scendeva a grandi ondate. In quel pigia pigia i borsaiuoli, i pelamantelli facevano ottimi affari.

Inopinatamente il fragore delle artiglierie cessò; s’udirono invece molte grida confuse e qualche sparo di fucile.

— Cospetto! — esclamò Mazel — si battono intorno alla porta. Sentite: fanno alle fucilate. Una sortita!

— E se fosse invece un’entrata? — disse Violant, con voce tremula, piena di bramosia.

— Non è possibile — mormorò la contessa, stretta alla gola dalla commozione. — Sarebbe troppo bello!