Una pura, ridente, splendida aurora. Non una nuvola in alto; appena un roseo, leggierissimo velo di vapori fermo a mezz’aria, lungo il corso del Po.

Stefano Bechio, uscito da Torino quella notte, fuggiva come avesse i panduri alle spalle. Soffiava come un istrice, era senza cappello, e levava e rimetteva un parruccone arruffato, color biondo-lino. Si soffermava pure ogni tanto, per guardare indietro con quei suoi occhi sgranati, non esprimenti una perfetta lucidità cerebrale; per minacciare, scotendo rabbiosamente il dito, or Torino invisibile, ora il real castello di Moncalieri, ritto sulla falda, vestita di case e di torri.

Subitamente, passata una curva, si vide dinanzi un legno sconquassato, inzaccherato e piegato fortemente sur un fianco; intorno intorno il terreno era tutto orme e traccie sanguigne. Più oltre si vedevano forme umane abbandonate e giacenti.

— Alla larga! — brontolò lo speziale, saltando nel campo.

Fatti due o tre passi, si fermò, aguzzò l’occhio da cui tralucevano insieme la curiosità e il terrore; e invece di allontanarsi, si approssimò pian pianino. Intravvedeva due altri corpi irrigiditi sui cuscini.

— Uh! — fec’egli — stecchiti anche questi. Tutti morti! Tutti morti!

Non osando toccarli, si protese: non distingueva le fattezze di Liana sotto il fiume dei capelli disciolti; inopinatamente raffigurò il contino.

— Ah! — esclamò chinandosi, mettendogli il viso sul viso con uno stralunamento d’occhiacci rotanti: — Viva la Libertà!

Nota del Trascrittore