— Spero in Dio che sarà l’ultima!

— Tu parti domattina?

— Non so niente.

— E... come farai?

— Gabriel mi condurrà col calessino fino a Carignano; là poi...

S’interruppe e fece un atto rabbioso.

— Calmati — mormorò Liana. — Perchè fai così? Mi sembri un altro, stasera. Va là, va: guardati nello specchio.

Ughes fece macchinalmente due o tre passi, fissando gli occhi nella spera che stava sopra il cassettone. Oppose in quell’istante, al turbamento dell’animo, uno sforzo potente di volontà. Volle cacciar certe idee paurose, certi sinistri presentimenti, e li cacciò; volle esaltarsi, e vi riuscì. Tornò a Liana, le cinse la vita con le braccia nervose, se la strinse al petto convulsamente.

— No, no, no — diceva, baciandola e ribaciandola con ardentissimo affetto. — Non farò più così. Ma tu non domandar altro... Partirò, non partirò, non so niente. Ci penserò domani. La notte porta consiglio. Qualche cosa sarà. Non parliamo più adesso, non c’è bisogno... Non diciamoci nulla, eh?... Vuoi? Dimentichiamo tutto, Liana, amor mio... mio dolce, mio solo pensiero...

La mattina seguente, svegliandosi, Liana non si trovò a fianco il marito. Non fece che un balzo dal letto alla finestra: la vecchia scorratta color canarino, dello zio Vietti, era là, sotto la tettoia, tra un baroccio e una carretta. Dunque Ughes non era partito. Si vestì, si pettinò in fretta e discese, lusingandosi di trovarlo abbasso.