Menica l’aveva visto comparire verso le sei; gli aveva portato come al solito un bicchiere di latte nel salotto da pranzo; ma non sapeva nè quando, nè da che parte fosse uscito.

Liana non cercò altro. Si trattenne tutta la mattina in cucina, compiacendosi nel far preparare certe vivande che riuscivano sempre gustose al suo Luigi.

Al tocco, vedendo ch’egli non tornava, si mise a tavola; vi stette pochi minuti, poi s’alzò per andare ad interrogare Gabriel.

Il colono aveva veduto il padrone avviato verso la strada di Racconigi. Non poteva però asserire ch’egli avesse voltato proprio a destra.

Liana si sentì pienamente rassicurata. La cosa le pareva chiara: Ughes era andato a Racconigi, e non aveva potuto sbrigare tutte le sue visite, come era già accaduto altre volte. Boschis, o qualche altro collega, l’aveva voluto a pranzo. Siccome per la strada si avvampava, non sarebbe tornato che a sera.

Si proponeva d’andare ad incontrarlo al tramonto, invece, superstiziosamente, andò a seder sull’uscio del salotto. Di lì, tre o quattro sere prima, aveva sentito Luigi entrar dal cortile e domandar subito a Menica: — Dov’è la signora? — Era convinta che il fatto si sarebbe ripetuto tal quale. Guardava il bel crepuscolo e cercava con l’immaginazione suo marito. Cosa strana: non lo trovava, non riusciva a vederlo in nessun punto della strada ch’egli doveva percorrere. Come mai? Forse ch’egli era ancora a Racconigi? Ma allora non sarebbe stato di ritorno che a notte? Pensò con sgomento al caso possibile ch’egli avesse tardato molto, molto a venire... E ad un tratto le arrivò al cuore una puntura, un dubbio acuto e sottile. — Credeva suo marito a Racconigi? Non era facile ch’egli fosse andato a Torino?... Sì, andato a Torino, e partito senza salutarla, per risparmiare a sè ed a lei l’impressione dolorosa dell’addio... Un dolore che a quest’ora sarebbe già lenito dal pensiero consolante del ritorno!... Il ritorno sì, ma quando? Come aveva agito male Luigi, lasciandola nell’incertezza, un’incertezza così profonda e crudele! Chi era, chi poteva essere l’amico che chiedeva soccorso? Da che pericolo Ughes andava a salvarlo?... Niente! Ella non sapeva niente di niente. Non poteva più raccapezzarsi; non poteva far altro che aspettare, rammaricandosi amaramente di non aver pensato a chiarirsi a qualunque costo, mentre era in tempo.

Menica venne a domandarle se dovesse apparecchiare per due, come al solito. Non ricevendo risposta, mise le mani sui fianchi e crollò più volte la testa.

— Sa cosa penso? — disse poi, — penso che il padrone avrebbe fatto meglio ad avvertirla. Sor Battista mi avvertiva sempre: — Menica, stamattina mi farò aspettare... Menica, stasera tarderò forse un pochetto. — E anche lui, neh, girava sempre di giorno e di notte. Ebbene, guardi, sono stata in pena una volta sola: quando l’acqua grossa portò via la chiatta di Moretta, e che lui, sor Battista, era di là, dall’altra parte della Varaita.

Liana si rizzò, balzò in casa, afferrò un lume, salì rapidamente le scale. Luigi doveva aver lasciato qualche cosa per lei nello studio: una lettera, un biglietto, una riga. N’era sicura. Come mai non vi aveva pensato prima?

Ridiscese un quarto d’ora dopo, più conturbata. Si lasciò andar sul canapè e rimase immobile, con la fronte bassa e le mani intrecciate sulle ginocchia. Menica andava e veniva per le sue faccende, brontolando, soffiando, sospirando; quando non ebbe più nulla da fare, sedette in cucina e si addormentò.