Non si risentì che a giorno inoltrato, e rimase un poco seduta sul letto a guardar la finestra con gli occhi sgranati; pareva che la sua mente, trasportata in regioni oscure e sconosciute, non sapesse più far ritorno. Alla fine si raccapezzò, e sentì che la speranza, l’eterna amica degli afflitti, rientrava pianamente nel suo cuore. — Non poteva darsi che Ughes le avesse scritto, o mandato un espresso?

Si alzò e discese.

Udendo camminare, Menica sbucò dalla cucina. Comprese subito quel che cercava la padrona sul tavolino della stanzetta d’ingresso, e crollò il capo.

— No, signora — diss’ella — niente; non è venuto nessuno, non hanno portato niente, anzi...

— Come anzi? — domandò Liana — Che cosa vuoi dire?

— Eh, guardi un po’ lì nell’angolo: non le pare che manchi qualche cosa? No? Bene, glielo dirò io. Manca il bastone con lo stocco di sor Battista, quello che portava quando andava in giro di notte. Me ne sono accorta stamattina spazzando. L’avrà preso sor Luigi, non crede?

Liana uscì senza rispondere. In pochi minuti fu sulla strada di Racconigi.

La strada correva innanzi sotto la sferza del sole di luglio, tutta bianca di polvere. Per la campagna si sentiva un rumorìo indistinto, come se i milioni d’insetti sparsi fra l’erbe e fra le foglie, trillassero tutti insieme, all’unisono. La giornata era bella, una di quelle giornate in cui si vive volentieri. Liana guardava lontano, ansiosa di veder qualcheduno, come se da questa persona immaginaria ella fosse certa di aver notizie di Ughes. E dopo pochi passi, vide infatti una cosa piccola, curva, deforme, che veniva avanti sciancatamente, appoggiandosi ad un bastone. Raffigurò subito un mendicante mezzo scemo, al quale lei e suo marito non negavano mai l’elemosina.

— Oh, madama! — biascicò costui, fermandosele davanti, e alzando la faccia smunta, sudicia e lentigginosa. — Sei tu, madama?

La signora gli pose in mano alcune monete, che l’altro fiutò quasi, poi fece sparire nei cenci di cui era coperto.