Tomatis vuotò e posò la chicchera, poi ripigliò:

— Una cosa da far spiritare i cani e piangere le pietre.

— Sentiamo.

— Non voglio noiarla, non voglio empirle la testa con altre chiacchiere...

— Ma che! Avanti, avanti.

Il maestro chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri, poi cominciò:

— Oh! deve dunque sapere che un pezzo fa, Giulio Cesa, gran cavaliere, teneva molti poderi a Casaletto; anche il castello era suo. Essendo in età di venticinque anni e avendo veduta a una festa una damigella di casa Raynaldi (casa onorata), e piaciutagli sommamente, la domandò in matrimonio. La damigella si chiamava Giulietta: aveva quindici anni manco finiti, capelli biondi come oro filato, occhi neri neri che pareano more, gote fiorite di colore rosato, voce dolce come quella dell’usignuolo... E pare che fosse anche vispa la sua parte. Appena concluso il parentado, Giulio fece avvertire i congiunti e gli amici che all’indomani a mezzogiorno, restassero serviti di venire al castello, a far conoscenza con la sposa. A mezzogiorno gli invitati c’erano tutti; e, quando comparve Giulietta, s’alzò un vero frastuono di congratulazioni e di acclamazioni; poi mentre si aspettava l’ora di andare a tavola, gli uni facevano a rubarsela, gli altri complimentavano calorosamente i genitori che avevano dato al mondo quel fior di bellezza. Dopo pranzo, giacchè la stagione era buona e la giornata splendida, si uscì all’aperto. Le persone mature di anni e di senno si raccolsero a confabulare sotto la pergola; i giovanotti e le ragazze cominciarono a giuocare a mosca cieca, poi a fare a rimpiattino, poi a fare ad acchiapparsi, correndo in qua e in là alla fanciullesca, all’impazzata. Giulio teneva a fianco la sua fidanzata, e sognava tutti i beni e tutte le grazie che possono fare l’uomo felice in questo mondo, e beato nell’altro. Che è che non è, Giulietta, preso il contrattempo in cui lo sposo coglieva una rosa, spiccò un salto e fuggì verso il castello. Giulio la inseguì, la raggiunse; ma ella gli sguizzò di mano e, trovando la porta spalancata, entrò e volò su per lo scalone.

«Il giovane le gridò dietro: — Oh la cattiva! Aspetta aspetta, che ti accomodo io! — E lesto come un gatto, per una scaletta segreta e per certi andirivieni, giunse alla stanza ove credeva si fosse serrata. La stanza era vuota. Mentre si mirava dattorno, gli parve di sentir sbattere un uscio su in alto. Salì al secondo piano, guardò da per tutto, non vide anima viva: — Be’, lasciamola stare, sbucherà fuori quando ne avrà voglia. Donna pregata nega, ma trascurata prega. — E scese senza più. I signori Raynaldi cercavano giusto di lui per prendere commiato: il sole già baciava la cima del monte, rimaneva ben poco del giorno, e le strade erano malagevoli, fangose, niente affatto sicure. Non c’era che ridire, ma bisognava scovare quella cervellina. Il babbo e la mamma la chiamano ad alta voce; non risponde. Dice Giulio: — Sapete com’è? Ella è scesa per lo scalone, mentr’io salivo per la scaletta. — Sì, sì, ma e poi? — domandano gli altri. — Eh! sarà uscita sulla spianata dalla porta di ponente. — Ma e poi? ma e poi? E si fanno congetture, s’interrogano i servitori, il giardiniere, si va a vedere nelle case vicine; cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: Giulietta non c’è in nessun luogo. La gente si guardava l’un l’altro, senza saper che si dire, quando arriva il maestro di casa, tutto affannato, che era corso a cercar nuove intorno: — Gli zingari! gli zingari! — Che? — Che? Che? — Sì signori, una carovana di zingari ha traversato Casaletto mezz’ora fa. — Gli uomini si armano in fretta e in furia; gli zingari sono inseguiti, acchiappati, malmenati, perquisiti: Giulietta non si trova. A farla corta, le ricerche furono continuate tutta la notte, in tutto il villaggio, alla disperata; il giorno dopo si esplorarono i contorni; alla fine si scrisse in varie parti, ma non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Pensi quale dovette essere il crepacuore di quei poveri genitori! Giulio Cesa, consumato dentro, fuggì dal castello e non tornò più.

Tomatis si fermò, pensò ancora; quindi riprese abbassando e allentando la voce:

— In processo di tempo i beni di Casaletto passarono in proprietà del conte Filippo d’Ariè, il quale prendeva quel tanto che fruttavano i terreni, ma non si faceva vedere nè punto nè poco. Il castello, un pezzo d’antichità che avrebbe avuto bisogno di grandi e continue riparazioni, in pochi anni si guastò per modo che non teneva più insieme, e non rimaneva saldo altro che quella muraglia che si vede ritta sino ad oggi. Il custode informò il conte; e un bel giorno il conte incaricò il suo segretario di scegliere e far trasportare in città le suppellettili di valore, e mettere il resto sotto una tettoia, per venderlo al maggiore e migliore offerente. Antiquari, rigattieri, ebrei, sfaccendati piovvero al castello da tutte le parti. La vendita andava a vele gonfie; il monte delle masserizie diminuiva rapidamente; ogni cosa trovava issofatto il suo compratore. Una cassa di legno, di forma assai elegante e tutta intagliata a basso rilievo, ferì la fantasia d’un ricco signore di Bornengo, che la volle e ne sborsò il prezzo. Ma mentre la sollevavano per porla sopra un carro, colui che faceva gli interessi del conte vide ch’era serrata, e ben serrata, e diede l’ordine di cercare la chiave. Vattel’a pesca! Quella cassa era sempre stata in una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, e il custode non s’era mai curato di sapere che cosa contenesse. I presenti si strinsero intorno; chi aveva un’idea e chi un’altra; finalmente si pensò di mandare per il fabbro. Il fabbro venne, guardò, riguardò, e incominciò ad adoperare i suoi ferruzzi; di tanto in tanto tentennava il capo, e diceva: — C’è il segreto, c’è il segreto. — Infatti, dal vedere al non vedere: cricch! s’udì lo scatto d’una molla, e alzato il coperchio, guarnito internamente di lamine e spranghe, si trovò... Eh, lei ha già capito!