— Ci vuol poco — disse Roberto.

— Si trovò Giulietta rigida, secca, stirata... come le mummie del museo di Torino. Sicchè dunque ella aveva pagato con la vita una bambinata, un capriccio innocente. Che vuole? io immagino, io vedo quella poverina, accesa, ilare in viso, salire lesta lesta, balzare nella stanzaccia, correre alla cassa, aprirla, adagiarsi. Chi mi ritrova è bravo! Ma il piombar del coperchio, l’urto del gomito (o la necessità del destino) fanno giuocare il serrame, e l’arnese che un giorno ha contenuto il corredo d’una giovane sposa, diventa istantaneamente la tomba di un’altra.

— Bravo! ma bravo! — esclamò Roberto. — Ma sono tutte di questo gusto le storielle che mi volete narrare?

— Eh, questo è un mondo di miserie, caro lei; le disgrazie sono più frequenti che le fortune. Io giudico da quel che vedo. A Casaletto, per modo d’esempio, nessuno è felice, nessuno è contento, nessuno vive in pace. Il sindaco è dissestato, l’assessore Rattonero ha perduto il figlio in Africa, l’assessore Garzino ha un braccio paralitico, il conciliatore giorni sono è stato bastonato di santa ragione; perfino Michele Masino, che vive nei boschi...

— Ebbene?

— Non voglio andar per le lunghe.

— Sentiamo: cos’ha Michele Masino?

— Ha i suoi fastidi anche lui.

— Che fastidi?

— Come? Non sa niente? Michele vorrebbe dar la sua figliuola a un giovanotto qui del paese, ma la figliuola non vuole...