— T’ho fatto un’improvvisata.
— Eh sì, un’improvvisata... un’improvvisata...
E continuò ora a rallegrarsi, ora a rammaricarsi, soffiando come un mantice, finchè non giunsero al cancello dell’ombroso ed angusto viale, che conduce con breve tratto al palazzetto. Il cancello era serrato.
— Vede! — esclamò Rocco. — Se m’avesse avvisato, avrebbe trovato aperto! La chiave è in casa, appiccata al chiodetto. Adesso le tocca fare il giro per il cortile... che non è spazzato, ch’è pieno d’ingombri.
— Non ti confondere — rispose il padrone, accennando al vetturino di tirare avanti e di voltar nel portone. — Non ti confondere; sbarcherò dove potrò.
Mentre Roberto saltava dal calesse a terra, Giovanna, la moglie di Rocco, sbucò di casa col riso sulle labbra e strofinandosi gagliardamente le mani col grembiale. I suoi due figliuoli, Giacomo e Felice, balzarono fuor della stalla con dipinta sul viso una viva e sincera premura.
Tutti, giovani e vecchi, corsero al palazzetto, e si diedero con fretta grandissima a spalancare usci e finestre, a sgombrare, sbrattare, ripulire.
Intanto Roberto faceva un giro intorno alla vecchia abitazione, che non aveva più visto da anni. La prima impressione, entrando in cortile, era stata sgradevole; la seconda fu dolorosa. I muri erano largamente anneriti dall’umido, chiazzati d’un verde viscido e cupo, pieni da cima a fondo di scrostature e di crepe. La cinta pareva avesse sofferto un assalto, e che in questo si fossero rimessi in uso gli antichissimi arieti, tante erano le spaccature e le breccie, tanto minacciava rovina in ogni sua parte.
Roberto voltò le spalle e s’inoltrò nel giardino. Peggio che peggio! Nei viali non si vedeva più che qualche rimasuglio di ghiaia; le panchine erano tutte sconquassate e muscose; i vasi dei fiori sbreccati od infranti. Mancavano parecchi degli alberi più annosi; altri si mostravano ridotti a poveri tronchi inclinati, spogli di ramoscelli e di foglie, invasi dalla borraccina, consunti dal tempo, dall’umido, da migliaia d’insetti. Ben presto, se nessuno pensava ad abbatterli e a farne suo pro, avrebbero finito col distendersi in terra e infracidire, trasformandosi a poco a poco in una semplice gibbosità del terreno, destinata a rifondersi nell’immenso crogiuolo.
— Ohimè! — diceva Roberto tra sè, — invecchiano e muoiono anche le cose. Quella è una stamberga, non più una casa; questo è un prunaio, non più un giardino. Bisogna riparare, bisogna ripiantare... Ho fatto bene a venire, ma avrò poi la pazienza di rimanere finchè sarà necessario?