Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino, e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente Tomatis, e lo prendeva con sè.

Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia. Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza voce, tranquillamente:

— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa. Miserie! miserie!

Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava sillaba.

Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che aveva inteso:

— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione. Non credo che voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi! Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no, per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?

Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza. Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.

— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.

— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.

— Cose grosse? Cose serie?