Tomatis abbassò la testa e stette un poco sopra sè; poi mise un sospiro e guardò il giovane signore con due occhi languidi, inumiditi.

— Grazie — diss’egli con dolcezza, — tante grazie... Un altro poco di crema? No? Un biscottino? Allora beva alla mia salute. Stasera sono proprio felice. Dica la verità: lei mi ha sempre creduto un insigne babbuino? E lo sono. Ma un babbuino di cuore, un babbuino che le vuole un ben dell’anima. Vedrà... Ho qui un’idea... Un’idea che mi martella, mi martella...

E si picchiava la fronte con la punta dell’indice.

— Avanti! — susurrò Roberto.

— Oibò! Non ci mancherebbe altro!

— Via, ditemi almeno...

— Non posso dir niente, perchè... non so ancor niente. Bisogna dar tempo al tempo, non precipitare le cose. Vedrà vedrà!

S’era oramai alle frutta. Roccavilla aveva tirato a sè un piatto di noci e di nocciuole, e lavorava gagliardamente con le dita e le mascelle; Forastelli si beccava una caciuola fresca e delicata, e parlava parlava, senza accorgersi che nessuno gli dava retta. Tomatis scelse una mela, l’offrì a Roberto, poi ripigliò sotto voce:

— Del resto io non credo niente affatto che sia necessario esser ricchi per vivere felici. Niente vale la pace d’un asilo campestre. La pace, non la solitudine. La solitudine non è buona per nessuno.

— Oh! — fece Roberto. — E il proverbio?