— Che proverbio?
— Meglio soli che mal accompagnati.
— Bravo! E io le rispondo: donna buona vale una corona... Cosa c’è?
La serva, ferma a una certa distanza, accennava che desiderava parlargli. Tomatis si alzò brontolando, si accostò e prese a ripetere forte ciò che l’altra diceva piano.
— Ehee! Rovesciato il bricco! Versato il caffè! Tutto? Oh la sbadata! la sbadatona!... Cosa?... Veder di far senza? Ah questo no! Questo poi no!
E voltate le spalle alla donna, tornò verso la tavola.
— Avete inteso? Questa sbadataccia ha mandato a male il caffè. Be’; anderemo a prenderlo al Cavallo Grigio. Volete? Non abbiamo che da traversare diagonalmente la strada. Caffè e liquori; pago io. Poi giuocheremo alle carte, ai tarocchi, al biliardo. Daremo profitto alla vedova, e sarà una carità fiorita. I guadagni scemano, i bisogni crescono. Poveretta! vi so dire che ha proprio l’acqua alla gola.
Così detto, si mosse; e Roberto gli andò dietro. Prima di alzarsi, Forastelli riempì e rivotò ancora una volta il bicchiere; e Roccavilla, che non aveva assaggiati gli amaretti, ne intascò una buona manciata.
XXVII.
La vedova di Baino era in cucina, seduta vicino alla tavola, sotto una lucerna attaccata a una pertichetta pendente dal palco. I capelli scuri, fitti e scarmigliati, i grossi orecchini, involti in due brandelli di stoffa nera (come usano le contadine in lutto), facevano apparire ancora più gialla quella faccia annuvolata. Diceva sommessamente le sue divozioni; e di tanto in tanto volgeva sul figliuoletto, accoccolato presso al focolare, uno sguardo esprimente un dolore aspro e dispettoso, e tosto le sillabe sacre morivano tra le labbra come in un sibilo.