Tutt’a un tratto si sentì un calpestìo e un chiasso di voci maschili. La donna si scosse e si alzò in piedi. Tomatis balzò dentro franco e rubizzo; Roberto, Roccavilla e Forastelli entrarono poi con passo più misurato.
— Presto — gridò il maestro — presto, sora Lucia, quattro tazze di caffè: di Moka, di Portorico, di san Domingo... o della Guadalupa, non importa, purchè sia di prima qualità. Facciamoci onore. Intanto noi illumineremo a giorno il salone. Ohe, e il biliardo? In che stato è il biliardo?
— Sgombro e pulito — rispose l’ostessa, già tutta affaccendata. — Ieri sera, non avendo più letti, ci ho messo a dormire Rogna, il vetturale.
— Ah! bene bene — ripigliò Tomatis. — Animo! Chi vuol fare una partita?
Passarono nello stanzone. Il maestro corse al biliardo, accese i lumi a bilancia, dispose le palle sul piano; poi, dato di piglio a una stecca, si rivolse a Roberto:
— Ah, le rammento ancora le sue lezioni! Stia attento: uno... due... e tre!
Forastelli e Roccavilla gli fecero l’urlata.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò Tomatis.
— Avete fatto steccaccia — rispose Roberto.
— Davvero? Come mai? Come sarebbe a dire?... Ah! ho capito, ho capito...