Guardava fissamente le palle bianche e brillanti sul panno stinto e opaco. La sua faccia si fece da prima attonita e seria; poi si compose a una commozione ingenua e profonda... Di subito impallidì, piegò il capo, si abbandonò.
Roccavilla, credendo facesse per celia, ruppe in una sghignazzata. Ma Roberto e Forastelli, grandemente impauriti, accorsero, lo sollevarono; e vedendo che proprio non si reggeva, lo adagiarono sul biliardo.
— Coraggio, coraggio! — diceva lo speziale, sbottonandogli il panciotto, sciogliendogli la cravatta. — Niente! Scherzi del vino. Avete bevuto un po’ troppo... Sono tempacci, mio buon Tomatis; e ci vuol giudizio. Passa, eh? Vi sentite già meglio?
— Mi pare un deliquio, uno svenimento — susurrò Roberto.
— Un deliquio... senza dubbio — rispose Forastelli. — Adesso proveremo a spruzzargli la faccia.
L’ostessa, che entrava col vassoio del caffè, si fermò su due piedi, esterrefatta.
— Acqua! acqua! — gridò più d’uno.
La donna andò e tornò in un lampo.
— Date qui, date qui — disse lo speziale, prendendole il bicchiere. — Avete l’aceto dei quattro ladri? Un po’ d’ammoniaca?
— Ho rhum e marsala — rispose l’ostessa.