— Ecco! — esclamò Roccavilla. — Un bicchierino di rhum, subito. In America...

— Niente — interruppe lo speziale, — niente senza il parere del medico. Andate a chiamarlo.

— Mando Gigino — disse la vedova.

— Vado io! — esclamò Roberto.

— Suole andare a veglia in casa Luvotto... Se mai, troverà anche il parroco...

Il povero Tomatis, disfatto, colore di morte, ansava ansava, e faceva la spuma dalla bocca.

— Ssss! — fece Forastelli, chinandosi e posandogli una mano sul cuore. — A voi, raccomandategli l’anima.

XXVIII.

La mattina dopo, alle otto e tre quarti, il sindaco, accompagnato dagli assessori e seguìto da un codazzo di curiosi, entrò al Cavallo Grigio, girellò da per tutto, guardò e riguardò il biliardo, poi prese a interrogare l’ostessa. Costei per un buon poco rispose con voce fiacca, come sonnolenta, e facendo spallucce; ma a un tratto aprì la bocca e lasciò andare:

— Ah! lei crede proprio che il maestro sia morto d’un colpo d’accidente? Ma niente affatto! È morto perchè doveva morire, perchè non poteva farne a meno. Quello che è scritto lassù non si scancella, non c’è modo di scansarlo. E lui, Tomatis, aveva l’appuntamento. Non capisce? Sì signore: l’appuntamento. Voglio dire così che il mio uomo, buon’anima, e Galosso e Tomatis e il signor Duc, qui in questa stanza, a dì tanti del mese di agosto, hanno fatto l’accordo, si son data la gran promessa di trovarsi tutti insieme nell’altro mondo.