Aveva ancora la sua immagine negli occhi, la sua voce negli orecchi: l’immagine aggrandita, nobilitata, gli incuteva rispetto; la voce suonava dolce e armoniosa nell’intimo del cuore.

Venuto il momento supremo, la gente si raffittì, si serrò intorno alla fossa e al gruppo che vi stava vicino, gruppo composto delle persone più ragguardevoli del paese e dei più stretti parenti del morto.

Calata la cassa nel fondo, il sindaco gittò la prima terra, e diede la vanga a Roberto. Questi rifece quello che aveva veduto fare, poi piegò la fronte, affissò lo sguardo nella buca, che si veniva empiendo, e rimase immobile.

Quando tutto fu finito, la folla uscì dal camposanto, ma invece di sciogliersi, di tornare verso il paese, indugiava ronzando e fremendo, come quando spera o desidera di essere scossa da qualche cosa di straordinario.

Luvotto, Forastelli, Lardone, Roccavilla, fermi presso al cancello, guardavano curiosamente Roberto, sempre curvo sulla terra bruna che copriva l’amico.

— Cosa diavolo fa? — diceva Luvotto. — Piange? Prega?

— Pare una statua — osservava Forastelli.

— Già, la statua d’un santo — aggiungeva Lardone; — un santo guerriero, un martire della Legione Tebea. Però non vorrei trovarmi nei suoi piedi. Già. E vi dico che non bisogna lasciarlo solo. Non si sa mai.

— Giusta, giusta! — esclamò Roccavilla. — Non si sa mai. La disperazione manda il cervello a processione. In tutti i naufragi c’è chi si ammazza per paura di morire. Ecco. Mi ricordo che, trovandomi sul... sul... sur un bastimento americano...

— Ma io non voglio grattacapi — interruppe il sindaco, — non voglio scandali. Storie! Stasera arriva il cavaliere Cucchietti, lo sposo di mia figlia. Non voglio seccature, non voglio malinconie. Adesso glielo dico: — Signor Duc, faccia tanto il piacere, non rompa le tasche.