— Eh già — diceva Roberto tra sè, — mi vede finito, perduto, e non vuole amareggiarmi questi ultimi giorni. Per di più egli pensa che, invece di morire in sul colpo come Baino e Tomatis, posso ammalare come Galosso, e aver agio a ricompensare chi mi avrà assistito.
Rocco e Giovanna lo scansavano, temendo forse di non poter celare la loro angustia. Giacomo invece andava a caccia quasi ogni giorno, e nell’uscire chiamava sempre Tadò con voce fortissima, o con certi fischi che bucavano gli orecchi.
Una mattina, Roberto si affacciò alla finestra.
— Giacomo!
— Signore?
— Dove vai?
— Contavo d’andare fino agli stagni di Vernasca.
— Aspetta. Vengo anch’io.
— Bravo, sor Roberto! Stavolta mi ha capito... Perchè se ne sta sempre lì ad ammuffire?... Mi fa pena. E poi a che serve? Bisogna muoversi, bisogna distrarsi...
E così cominciarono a far camminate lunghe, strapazzose, stando fuori dalla mattina alla sera. Più che a dar dietro alle beccacce e ai beccaccini, Roberto si divertiva a scrutare il cuore del suo giovane compagno. Giacomo ora entrava in apprensione, pareva temer del tempo, dei luoghi, di tutto, e abbondava in cautele e in riguardi; ora invece ficcava addosso al padrone due occhi bramosi, esprimenti una cupidigia contenuta ed ardente, e diceva parole o faceva atti di maraviglia, considerando la portata dello schioppo, la comodità del cartucciere, l’utilità degli stivaloni da padule.