— Si vive bene.

— Sì signore. Sul buon del giorno. Ma la mattina!... Ma la sera!... E tra poco la stagione si farà cruda, avremo il gelo, avremo la neve. La campagna è bella d’estate. S’io fossi un signore me ne andrei sempre alla fine d’ottobre.

— Se lo dico! Tu non vedi il momento di rimandarmi a Torino.

Rocco strinse i pugni, tirò giù una filza di imprecazioni contro il destino, contro sè stesso.

— Non ti confondere — ripigliò Roberto, — non c’è nulla di male, ho parlato per celia.

— Lei è troppo buono, non si ricorda più che... Giuraddiana! Mi pentissi tanto dei miei peccati quanto d’averla pregata di venire al Fortino. Ormai è fatta. Ormai è tardi. Lei è qui: e io ho una pena continua al petto... Mi par d’avere un mattone che mi sfonda lo stomaco.

— Eh, ma non mette conto di pigliarla calda!

— Sì signore, lei ragiona benissimo. Una bestialità, una fagiolata, uno sproposito dei più massicci. Eppure non si parla più d’altro. Il paese è sottosopra; diviso in due partiti. Gli uni dicono e sostengono che lei la passerà liscia, gli altri invece che se n’andrà... a rivedere il nonno. Ha capito?

— Figurati!

— E non si parla più d’altro; si fanno perfino scommesse. Queste poi sono porcherie che il sindaco non dovrebbe permettere. Ma a Casaletto non si sa chi comandi. Domenica, in pieno consiglio, Rattonero saltò su a dire che... se mai (scusi, eh!) bisognava poi fare le cose in regola, come devono essere fatte, cioè con onoranza, con cerimonia...