— Piangi?

— Oibò!... Tutt’altro! Non piango mai, io.

— Francamente: ti pare che io abbia la faccia d’un moribondo?

— Giuraddiana!

— Sì o no?

— Dico che ha una faccia che consola. È tutto bello. Bello, sano e prospero che è un piacere.

— E dunque! — esclamò Roberto, gettando le braccia in aria.

Con questo si mosse rapidamente, entrò in casa, salì e si chiuse nello studio. Sentiva di dover fare qualche cosa e non sapeva che. Aggrottò le ciglia, come chi raccoglie i propri pensieri. — Bada a te! bada a te! — gridò subito la voce interiore. Tutti lo vedevano in brutti termini, quasi in pericolo. Rocco aveva parlato di un pianeta, d’un influsso; dunque credeva anche lui che certi effetti dipendessero da occulte cagioni? Credeva anche lui all’esistenza d’influenze recondite, di forze misteriose, talvolta benigne e propizie, più spesso avverse e maligne?

— Se fosse vero? — pensava. — Se fossimo realmente soggetti ad una turba sterminata di satraponi invisibili, che possono trattarci come noi trattiamo certi piccolissimi insetti? Chi può sapere che idea si fanno di noi le zanzare e le pulci? Non può darsi che per un bacherozzolo, un lombrico, una formica il mio piede rappresenti semplicemente il fato, il destino?... Via, smettiamo di filosofare, e ragioniamo. Che cosa dovrei fare, dato ch’io fossi davvero sull’orlo della fossa?... Eh, potrei far testamento!

La parola gli parve comica, e si cacciò a ridere; ma il suo riso suonò così stonato, che si chetò subito, e guardò intorno con un senso di terror vago.