Et rendre l’âme est la volupté même.
— Oh! guarda — pensò Roberto, — me la sono rammentata tutta la dissertazione, punto per punto, perfino i versi! Come mai ho fatto a ritenere tanta roba? Dove l’avevo riposta? Non sapevo, non mi ero mai accorto d’avere una memoria così tenace, una memoria di ferro. Il cervello è un magazzino maraviglioso... Ohe! E se questa lucidità di mente, questo fermento di vigore fossero poi fenomeni morbosi, sintomi di mal augurio!... Già: il canto del cigno. Ch’io sia proprio tanto vicino a gustare le plaisir extrême?
Saltò giù dal letto e si trovò all’oscuro: anche quel giorno era passato. Andò nello studio, prese un volume al tasto, e discese nei salotto. Trovò il lume, trovò il fuoco acceso. Giuseppe mise in tavola e gli augurò sommessamente buon appetito.
Roberto mangiò di voglia, lasciò sparecchiare, poi riprese il libro. Era la Storia di Napoleone di P. M. Laurent de l’Ardèche, illustrata da Orazio Vernet. Una mano, tanto ardita quanto inesperta, aveva colorito alla maledetta le principali battaglie: fuoco, fumo, sangue, e un guazzabuglio di divise gialle, rosse, verdi, turchine.
Egli si crucciò, poi si ricordò: con quel libro s’era baloccato per anni, gli anni della sua infanzia e della sua fanciullezza; l’aveva maneggiato, scartabellato, deturpato, e non ne conosceva una riga! Cominciò a sfogliarlo, poi a leggere continuatamente, con crescente attenzione.
Il tempo passava.
Giuseppe girava per la cucina, mettendo le mani qua e là, armeggiando senza proposito. Di quando in quando apriva pianamente l’uscio del salotto, e dava una guardata. Come vide che il fuoco s’andava spegnendo, entrò, avvicinò i tizzi, ravviò i carboni e aggiunse due pezzi di legno.
Vi fu un silenzio.
A un tratto Roberto alzò gli occhi: Giuseppe pallido e tutto sgomento, guardava fissamente la finestra che risponde in cortile.
— Cosa c’è? Cos’è stato?