— Scansati — urlò il chiattaiuolo, fuori di sè, — scansati, o tiro nel mucchio!

Ma mentre indugiava a dar la stretta al grilletto, Roberto, respinta la ragazza, gli si avventò addosso e abbrancò l’arma.

— Sei matto! — diss’egli a tutta voce. — Voglio tua figlia, io. La sposo, capisci, la sposo.

Michele rimase un momento immobile, come impietrato, poi scagliò lontano lo schioppo, e si levò rispettosamente il cappello. Susanna vacillava con le mani sugli occhi, trasognata, abbagliata...

Nel silenzio ampio, solenne, rimbombavano i tocchi d’un orologio: la prima metà della notte terminava in quel punto.

PUNIZIONE

Gustavo Caimi posò la tavolozza, si alzò, indietreggiò lentamente con gli occhi fissi sul suo dipinto.

— Mi par finito — diceva tra sè, — mi par proprio finito... Ma sarà poi vero? Non ci vedo più, non capisco più niente. Bisognerebbe che io avessi la forza di stare una settimana senza mettere i piedi qui dentro, almeno una settimana...

Il quadro rappresentava al naturale un giovane gentiluomo vestito alla foggia del 1650: farsetto nero, calzoni neri, calze e scarpe pur nere, tutto quanto guernito di merletti stupendi. Appoggiato al davanzale d’una finestra, guardava nella strada; l’atteggiamento significava il concetto dell’artista; lo significava ancor più chiaramente l’aria del volto, in cui si leggeva un’aspettazione appassionata, speranzosa, dolcissima. Il fondo era una camera con alcova, piena d’ombra e di mistero. Il disegno, franco e corretto, appariva assai diverso da quello comune a molti artisti del giorno d’oggi: disegno timido a un tempo e sprezzato, incerto insieme e angoloso. Il colore era condotto sapientemente, largamente; ogni cosa eseguita secondo la sua natura e la sua importanza: la carne, fresca e soda, pareva veramente vivificata dal sangue; i capelli sembravano morbidi e lisci; le stoffe pieghevoli e cedevoli al tatto. L’aria diafana, fine, avvolgeva la figura, circolava per tutta la stanza.

I pittori Landi e Guabelli, lo scultore Ricolfi, amici intimi di Caimi, avevano già pronunziato scolpitamente la parola: «Capolavoro».