— Non hai mai fatto una cosa più bella, più nobile — diceva Landi: — è fino e forte, è chiaro e intonato, è antico ed è moderno. Non c’è un neo a pagarlo un milione...
— C’è qualche cosa che annunzia il caposcuola — aggiungeva Guabelli. — E tant’è, l’hai da mandare a Parigi, questo quadro, l’hai da mandare. Farà onore all’arte italiana. Manderò anch’io; manderemo insieme.
— Velasquez, Velasquez — sentenziava lo scultore, lisciandosi la barbetta caprina. — Ma un Velasquez raccolto, misurato, ponderato... come dire un Velasquez olandese.
Caimi credeva, assaporava gli encomi; ma un po’ per vero amor del perfetto e per isquisitezza di gusto, un po’ per ostentazione, si mostrava sempre incontentabile, e continuava a rifinire, ad accarezzare l’opera sua.
Ma quel giorno era sazio, stufo, ne aveva veramente fino ai capelli.
Pulì la tavolozza, lavò i pennelli, cominciò ad assestare lo studio, ch’era tutto sottosopra. Assestare significava anche abbellire, poichè veniva via via cacciando in uno stanzino attiguo molte cose utili sì, ma disadorne; mettendone in mostra altre inutili, ma decorative.
Di tanto in tanto girava l’occhio intorno con vivo compiacimento; o andava a porsi davanti a un grande specchio incorniciato d’ebano, e contemplava sorridendo la sua bella testa ricciuta, la strana fisonomia improntata di sensualità e di gaiezza, che tanto ricorda quella d’un giovane fauno.
Aveva cavato da una vecchia cassapanca un bel piviale di raso bianco, ricamato a fioroni di vaghissimi colori, e stava cercando il modo di farlo figurare, quando il campanello tintinnì timidamente.
Il pittore andò ad aprire. Si trovò davanti un giovane pallido, magretto, di statura traente al piccolo, ma ben disposto della persona e molto elegantemente vestito.
— Disturbo? — susurrò, togliendosi cortesemente il cappello.